Archivio di maggio 2015

IL GRUPPO DI BALLO UNITRE ” IN TRASFERTA”

domenica 10 maggio 2015

11251289_849623138438318_5645655901446384610_n11210411_849623518438280_7796200039461209073_n11253861_849364675130831_1153143242_n11258580_849364821797483_137460266_n11128421_849364691797496_259320061_n11210187_849364705130828_2141360743_n

MANIFESTAZIONI DEL MESE DI MAGGIO 2015

mercoledì 6 maggio 2015

da ven 1 a lun. 4 Modellismo in sala Polivalente  organizz. Pro Loco

dom 3  FIERA DI PRIMAVERA

sab. 9  Serata danzante  - sala Polivalente  ore 20,30 – oranizz. Volpiano in Festa

sab. 16 proiezione film CCR  - sala Polivalente  ore 14,30

sab. 16  Serata danzante  - sala Polivalente ore 20,30  organizz. Volpiano in Festa

sab. 16   il colore delle favole. spettacolo musicale  nel salone parrocchiale  ore 21

dom. 17  Sei di Volpiano se…- sala Polivalente  ore 12/18  organizz. Toro Club

dom 17   Esibizione fitness  c/ Palazzetto  - tutto il giorno

merc. 20  Convegno su invalidità civile  presso sala Polivalente  ore 8/16  org. ASL/ COMUNE

giov. 21 serata a tema ” Animali delle Alpi” a cura di Dino Genovese e Luca Zarantonello  - sala video Oratorio  ore 21  organizz. CAI

da ven. 22 a dom 24  Borgo Rumero in  Festa –  S. Messa – padiglione gastronomico e serate danzanti.

dom. 24  Conferenza sulla prima guerra mondiale  -  organizz. Comune  - presso Padiglione Borgo Rumero

dom 24 Raccolta sangue in aferesi  AVIS    presso ASL piazza Cavour

sab 30 Serata danzante  ore 20,30 – sala Polivalente  - organizza. Volpiano in Festa

sab. 30    5a edizione maggio corale   con il Coro la Vauda  presso Chiesa Confraternita ore 21

sab  30  Puliamo Volpiano   organizz. Comune  ore 14,30  zone di Volpiano

 

 

Impossibile dimenticare

domenica 3 maggio 2015

Con la ricorrenza del 25 aprile, ho scritto l’articolo di seguito, grazie alla testimonianza di Michele, un amico di Cumiana. Erano anni che volevo raccontare questa triste storia e proprio da Lui é arrivato lo spunto, come leggerete. Ho avuto anche il piacere di vedere pubblicato l’articolo su Torino Sette – La Stampa il 1 maggio di quest’anno. Avrei piacere di condividerlo con Voi, in quanto avvenimenti e fatti come quello che ho raccontato purtroppo sono tristemente conosciuti…….

Cumiana bruciata

Ho visto Michele sofferente, confuso, lo conosco da anni: é sempre stato vitale, spiritoso, ma questa brutta caduta, unita al trascorrere degli anni, ha influito sul suo umore. Solo in un’altra occasione l’avevo visto visibilmente commosso. Si trattava di parecchi anni fa, era la domenica delle Palme del 2001 e noi ci trovavamo a Cumiana all’uscita dalla messa festiva. Le campane suonavano a festa, i fedeli si riversavano sul sagrato antistante, mentre si udivano in piazza le voci di un altoparlante e la banda che suonava l’inno nazionale. Intorno la primavera annunciava il suo arrivo inviando teneri inviti, a cui la natura, il cielo, le persone rispondevano, a modo loro, con rinnovata energia e vitalità.
Ci aspettavano per pranzo a casa di Siria e Claudio, per cui non seguimmo la folla che si dirigeva verso la piazza, antistante il Comune. Si udiva il suono della fanfara, c’era aria di festa, ma ci recammo direttamente a casa dei miei cognati. Una volta giunti, trovammo tutti riuniti, mancava solo Michele, perché era in corso una importante commemorazione in piazza: ricorreva l’anniversario dell’eccidio del 1944, perpetrato a Cumiana, ad opera dei tedeschi e dei fascisti presenti sul territorio. Non essendo, del paese, ignoravamo questo grave episodio avvenuto durante la seconda guerra mondiale e per questo, volevamo saperne di più. A quel punto Olga, la moglie di Michele, incominciò a raccontare……
“Era il primo aprile del 1944 e in piazza Vecchia, a Cumiana, avvenne uno scontro verso mezzogiorno, tra i partigiani della Val Sangone e il VII battaglione Milizia Armata SS Italiana di scorta ad un convoglio di approvvigionamenti. Ci furono vittime tra i nazifascisti e due ragazzi tra i partigiani. Questi ultimi però fecero prigionieri trentaquattro soldati: due sottoufficiali tedeschi e trentadue SS italiani e li portarono a Forno di Coazze.
Verso le 14 del pomeriggio arrivarono in paese colonne di tedeschi e fascisti, informati dell’accaduto e procedettero ad un vasto rastrellamento tra la popolazione, perquisendo ogni casa. Presero prigionieri 158 uomini , condotti poi nel collegio dei salesiani, alle Cascine nuove. I tedeschi rimasti in paese diedero fuoco ad alcune case, dalle quali sembrava fossero partiti i colpi dei partigiani, durante lo scontro armato. Il podestà non era più in paese, perché si era dato alla fuga qualche settimana prima. La uniche autorità presenti, erano i sacerdoti, parroco e vice, il medico, che invece erano rimasti sul campo per confortare i prigionieri e la popolazione. L’angoscia dei familiari degli ostaggi e di tutta la gente di Cumiana cresceva.”
E qui il racconto fu interrotto dall’arrivo di Michele, visibilmente commosso, dopo aver partecipato alla cerimonia in onore delle vittime di quel fatidico giorno. A questo punto lo pregammo di continuare lui stesso il racconto, anche perché era stato coinvolto in prima persona nell’evento: era stato fermato dai tedeschi, durante il rastrellamento.
Allora era un ragazzo, aveva solo 16 anni ed era figlio unico, arrestato con il padre e quattro zii. Ricordava perfettamente quei momenti drammatici, di terrore, in cui avrebbe voluto reagire, scappare, ma capiva che sarebbe stato tutto inutile, era meglio non fare nulla per non peggiorare le cose. Proseguendo nel racconto ci disse che quella notte, fu la più lunga della sua vita, una notte trascorsa nella più nera disperazione, gli ostaggi furono separati sin dall’inizio: inspiegabili i criteri di selezione. Furono rinchiusi all’interno dell’edificio a Cascine nuove, stalla o stanza che fosse: Michele rimase comunque con suo padre, ma separato dagli zii. Furono subito solidali tra di loro, si conoscevano tutti, si confortavano a vicenda , facendo mille supposizioni sul perché sul per come….. Non riuscivano ad interpretare le mosse prossime del nemico. Il pensiero di Michele ritornava puntuale a sua madre, che era molto malata, poteva immaginare il suo dramma, nell’apprendere del loro arresto e della sua disperazione quando la colonna con i prigionieri fu scortata fuori dal paese. Tante furono le lacrime versate, tante le preghiere sussurrate, le parole dette e le storie raccontate per farsi coraggio. La stessa disperazione ed angoscia la vivevano a casa i familiari degli ostaggi, ignari del destino dei loro congiunti. Quanti rosari sgranati, quante promesse e invocazioni alla Vergine Maria per salvare Cumiana da quel flagello. Per fortuna il giorno seguente, grazie all’intercessione del Parroco, Don Felice Pozzo e del medico Ferrero Michelangelo e alle trattative condotte con i partigiani di Coazze e il comando tedesco a Pinerolo, un numero sostenuto di ostaggi, forse la metà degli uomini catturati, furono liberati , tra cui Michele. Suo padre rimase alle Cascine nuove. Il medico aveva insistito presso i tedeschi per la sua liberazione, facendo leva sulla condizione della madre, rimasta da sola, in un grave stato di infermità. Fu una grande vittoria per Cumiana, per la popolazione, ma rimanevano prigionieri ancora gli altri cumianesi, tra cui i quattro zii di Michele e suo padre. Non oso immaginare lo strazio che il ragazzo provò nel dover lasciare il padre nelle mani dei carnefici. La speranza di riabbracciarlo si era considerevolmente ridotta, eppure doveva infondere coraggio alla madre, rendendo credibili le sue preghiere.
Michele aveva il nodo in gola, mentre raccontava lo strazio provato nell’abbandonare suo padre, i suoi parenti e tutti gli altri amici, l’impotenza di non poterli aiutare, i tristi presagi che gli frullavano nella mente. Gli chiedemmo più volte se voleva fermarsi nel racconto, perché comprendevamo il suo dolore nel rivivere quegli eventi: le lacrime scendevano copiose, tutti noi eravamo visibilmente commossi in silenzio, trasportati nella storia, come se stessimo rivivendo anche noi quei momenti. Michele volle continuare.
I piatti di Siria quella domenica non ebbero il successo di sempre.
Il racconto riprese, Michele ci aveva lasciati tutti con il fiato sospeso : pur conoscendo il tragico evento, speravamo fino all’ultimo in qualche fatto miracoloso, in qualche intervento liberatore, in un gesto di pietà da parte dei nemici. Purtroppo non potevamo riscrivere la storia e i fatti che seguirono allora, furono veramente scellerati
Il tre aprile, i tedeschi consegnarono un ultimatum scritto, pretendevano la restituzione totale dei prigionieri: due sottoufficiali tedeschi e trentadue SS italiani, altrimenti avrebbero ucciso gli ostaggi rimasti. Era un tenente che conduceva le trattative, spietato, si chiamava Anton Renninger, il parroco si annotò il nome su un taccuino, per non dimenticare nulla. Sin dal giorno successivo al rastrellamento Don Felice, Don Bosso e il medico condussero trattative serrate: per ben cinque volte si incontrarono con il comando tedesco e i partigiani, facendo la spola tra i due campi. Venne richiamato Giulio Nicoletta, convalescente per le ferite riportate durante una sparatoria, era uno dei capi partigiani, l’unico comandante assente tra le formazioni, che diventerà poi il comandante dell’intero nucleo partigiano della Val Sangone. Si doveva decidere , e per questo era necessario consultare tutti i capi partigiani: se cedere alle reali minacce tedesche, oppure mantenere la linea per cui non si trattava con i tedeschi per i civili e si scambiavano solo prigionieri militari con altri militari. Prevalse la linea di cedere al ricatto pur di salvare la popolazione inerme. Non c’era tempo da perdere, l’ultimatum scadeva alle 18,30 di quello stesso giorno.
La delegazione si precipitò a valle per portare la lieta novella e ottenere la liberazione degli ostaggi. Verso le 17,30 arrivò in paese, l’incontro avvenne nella trattoria della stazione tra Nicoletta, il parroco, gli ufficiali italiani e Renninger, che era il vero comandante dell’operazione. Qui volarono insulti da parte del tenente verso la delegazione, sulle tecniche di guerra delle formazioni partigiane, mentre comunicava, gridando, con tutta la sua rabbia l’avvenuta uccisione dei civili e avvertiva che se non fossero stati restituiti i prigionieri tedeschi e fascisti, altri cento civili sarebbero morti.
Il comandante partigiano era sconvolto, stentava a credere a quanto era accaduto, la tregua non era stata rispettata, fu Lui a questo punto a insultare Renninger e le milizie italiane, accusandoli di essere privi di qualsiasi morale e onore. Ma ormai tutto era accaduto. La strage era compiuta. In una scintilla di lucidità, Nicoletta fissò allora per la mattina seguente un altro incontro, per giungere alla definitiva conclusione di ogni trattativa. Nel frattempo, alla luce delle torce , avvenne il riconoscimento delle vittime da parte del parroco e di alcuni partigiani. Su ordine di Renninger le persone uccise non poterono essere restituite alle famiglie, ma solo seppellite in una fossa comune nel cimitero, un’ennesima mortificazione per il paese.
La mattina del cinque aprile vennero liberati i prigionieri tedeschi e successivamente gli ostaggi italiani rimasti, tra cui il padre di Michele. Uno degli zii, Leopoldo Daghero, fu miracolosamente salvo, perché si finse morto sotto i corpi dei fratelli che lo protessero. Anche il maestro Losano ebbe salva la vita, perché non era di Cumiana e un altro ostaggio fu liberato, in quanto il colpo che doveva ucciderlo non esplose. Questo il bilancio del tragico pomeriggio.
La stessa sera le SS abbandonarono Cumiana, lasciando dietro di loro quarantacinque orfani e trentatre vedove. Le vittime furono in tutto cinquantuno, tutti uomini di trenta, quarant’anni, padri di famiglia, ragazzi di sedici, diciassette anni, figli, il più anziano aveva settant’anni. Non ci fu pietà per nessuno!
La popolazione annientata dal dolore si strinse intorno alle famiglie delle vittime.
Ritornando al giorno del racconto, era la domenica mattina del due aprile 2001 ed era avvenuta la commemorazione dell’ anniversario della strage. Michele, come tutti gli anni, aveva voluto essere presente con tutti i sopravvissuti a quel tragico evento per testimoniare quei tristissimi giorni e per far sì che le nuove generazioni non dimenticassero l’efferatezza di quei giorni di guerra.
Cumiana quel giorno viveva una rinnovata primavera: la primavera della riconciliazione.
Erano infatti presenti alla cerimonia alcuni cittadini tedeschi di Erlagen, accompagnati dal loro Borgomastro, concittadini di Renninger, che con coraggio ed umiltà erano venuti a chiedere ” perdono ” per le gesta indescrivibili e scellerate di quel tenente delle SS. Dopo la guerra, Renninger, era tornato nella sua Germania a vivere indisturbato la sua vita; era diventato dirigente di un’industria alimentare e nonostante fosse stato rinviato a giudizio dal tribunale militare di Torino nel 1999, non si presentò mai al processo. Morì il sei aprile del 2000 nella sua città, Erlagen, nelle vicinanze di Norimberga, senza mai esprimere pentimento o rammarico per quanto aveva fatto.
Ma lo sgomento e lo sconforto per quelle gesta, anche a distanza di tanti anni, l’avevano voluto dimostrare i suoi concittadini. La follia di quei giorni non poteva trovare giustificazioni, con la loro presenza avevano voluto testimoniare il valore sacro della vita. La violenza di quelle gesta, accecate dall’odio, dalla consapevolezza della guerra perduta, il senso di onnipotenza, associato all’assenza totale di coscienza e di valori, portarono e permisero a un semplice tenente, con il benestare dei suoi superiori, di decretare la fine così tragica e vile di cinquantuno persone, vittime innocenti.
Gesta che segnarono irreparabilmente le sorti di un intero paese.
Ma il gesto più sublime e più difficile l’hanno compiuto i Cumianesi nel concedere il loro perdono ai rappresentanti, seppur innocenti, di quel popolo tedesco, dapprima nostro alleato e poi nemico, che tanto odio e morte aveva disseminato nella nostra Italia e nell’Europa intera.
Michele ci raccontò, visibilmente commosso, profondamente turbato, che non ci furono inizialmente parole tra i cittadini di Cumiana e quelli di Erlagen, anche per le effettive difficoltà della lingua, ma solo gesti: un forte abbraccio fraterno tra di loro, un abbraccio liberatore, irrorato di lacrime copiose che scendevano da entrambi le parti, quasi a voler lavare quel dolore, quell’angoscia, quel gelo, quella vergogna, che erano ancora così vivi, nonostante fossero passati più di cinquant’anni.
Un gesto importante fu fatto quel giorno tra i due paesi, tra la loro gente, l’unica via possibile da seguire con forza e determinazione, per poter convivere e comprendersi: dialogare, conoscersi, saper chiedere perdono e saper perdonare. Gesto quest’ultimo impossibile da compiere cinquant’anni prima.
“Il tempo lenisce le ferite, non le cancella, sopisce il dolore, fa sì che riusciamo a metabolizzare le perdite , ma non può cancellare il rimpianto, la nostalgia, il destino spezzato delle persone care perdute così tragicamente”.
La collaborazione tra i due paesi, Cumiana ed Erlangen, prosegue ancora ai giorni nostri, si rinnovano ogni anno manifestazioni e scambi culturali e questo rende onore ad entrambi le popolazioni.
Grazie Michele per aver avuto il coraggio di testimoniare questa tragica vicenda nelle scuole, con i ragazzi; con noi per averci aperto il tuo cuore, rendendoci testimoni di quei tristi giorni, che tu hai vissuto e che resteranno indelebili nelle nostre menti e nei nostri cuori. Da quel 2001, tutte le volte che mi reco al cimitero a Cumiana, non posso non rivolgere una preghiera, un sorriso, un grazie profondo a tutte quelle persone, raccolte nella cappella centrale, che hanno pagato con la loro vita il prezzo della libertà e della democrazia di cui oggi noi andiamo fieri.

Aprile 2015 (Fonti Michele Daghero, che ha rivisto e corretto con pazienza il testo, il sito web “Memorial eccidio Cumiana”, diario del Parroco Don Felice”, un grazie anche a Marco Comello, storico, che ha corretto alcune imprecisioni, e mi hanno permesso di giungere alla stesura finale del racconto).

 

Franca Furbatto – Aprile 2015