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Tempo di vacanze

giovedì 13 agosto 2015

vacanze romane

Tempo di vacanze per tutti: chi é già partito, chi deve ancora partire, chi é ritornato, chi é rimasto in città; chi prima, chi dopo, le ferie sono sacrosante. Lontano verso mete esotiche, ai mari o ai monti, alla scoperta delle bellezze del nostro Paese, oppure distanti da casa, é tempo comunque di staccare la spina con la solita routine quotidiana: casa – lavoro, lavoro – casa…..Rompiamo gli schemi e dedichiamoci finalmente a ciò che ci appassiona veramente, lontano dalla tecnologia che ci sovrasta, immergiamoci in noi stessi e nella natura che ci circonda, alla ricerca di quella pace e serenità che sogniamo tutto l’anno. Orologio e cellulare in fondo allo zaino, o lasciati volutamente in albergo, respiriamo a pieni polmoni quel senso di libertà che si prova solo in vacanza. Fotografiamo mentalmente tutto ciò che ci colpisce e che ci regala emozioni: luoghi, persone, animali. Lasciamoci penetrare dal profumo dei luoghi che visitiamo o che ci ritroviamo a frequentare in queste splendide giornate d’estate. L’inverno arriva presto e le immagini, le sensazioni provate, i profumi respirati, il vento, il sole, il mare sulla pelle, la vista di cime innevate e pascoli verdeggianti coperti di fiori, il fragore delle cascate e il fruscio della brezza tra gli alberi ci aiuiteranno a superare le lunghe e fredde giornate invernali. Ritroviamo il piacere di soffermarci a parlare con le persone che incontriamo per caso sulla spiaggia o lungo un sentiero sui monti, dietro ognuno di loro c’è una storia di vita. Facciamo pace con noi stessi, liberandoci delle tensioni che abbiamo accumulato tutto l’anno: con la mente sgombra riusciremo a fare chiarezza nella nostra mente e nel nostro cuore. Almeno questo é il mio augurio per Voi tutti affinché possiate trascorrere un’estate serena e rigenerante. Non dimenticate di portare qualche buon libro in vacanza con Voi, Vi aiuterà a trascorrere momenti indimenticabili.
Buona estate a tutti.

Franca – agosto 2015

GITA A ROMA

sabato 11 ottobre 2014

DSCN0129Carissime/i

Da pochi giorni siamo tornati da  Roma e il ricordo è ancora chiarissimo.

L’entusiasmo  e l’emozione  per il  Papa, il  cielo azzurro con un caldo sole, e il nostro gruppo………..:  rumoroso e chiacchierone   hanno fatto sì che questi giorni   sono passati in un baleno, si sono create nuove amicizie e  consolidate quelle già esistenti.

A me è piaciuto tantissimo. E a Voi??

scrivete le Vostre impressioni   e pubblicate  le Vostre foto.

Filigrane del Giro d’Italia (terza tappa)

mercoledì 10 settembre 2014

Al passaggio della bufera l’empio cessa di essere,

ma il giusto resterà saldo per sempre. (Proverbi 10:31)

Sono oltre tre i mesi passati dalla pubblicazione della seconda tappa, tuttavia vorrei riprendere il giro che per tutto questo tempo ha forzatamente riposato. Desidero anche spiegarne il motivo, tra l’altro molto banale: l’elettrodomestico (tale è la mia irriverenza verso questo mezzo di scrittura) che mi serviva per tradurre dalla testa al video i miei pensieri si è rotto, in modo definitivo.

Avevo cominciato a pedalare da Fossano, dove mi ero fermato per raccontare la storia di Lorenzo, per dirigermi in Canavese, passando per Volpiano e poi fare tappa a Rocca Canavese, teatro di una delle più orrende stragi sul lavoro di cui si abbia memoria, senza che oggi ne sopravviva quasi traccia e ricordo.

Rocca, vent’anni prima del Novecento, contava oltre tremila abitanti; le nuove attività che nel frattempo si stavano sviluppando in Italia fecero sì che il comune lentamente si spopolasse. Nel 1924 la popolazione si era ridotta quasi di un quarto, e l’emigrazione è uno dei segnali che più prepotentemente connota un’economia locale.

Grande sollievo fu tra gli abitanti rimasti quando la Phos Italiana nel 1923 aveva aperto proprio a Rocca la sua fabbrica per la produzione di fiammiferi. Aveva anche un brevetto che le permetteva di primeggiare: i suoi erano fiammiferi la cui fiamma non si spegneva. C’era un piccolo però: la polvere che andava depositandosi sul pavimento durante la produzione faceva sì che, quando le si camminava sopra con gli zoccoli di legno, sotto questi ultimi sprizzavano scintille. Niente di cui preoccuparsi, così dicevano.

Erano state assunte qualche decina di operai: il salario era davvero misero, tuttavia contribuiva in modo determinante a condurre una vita migliorativa rispetto alla media. Erano quattro o cinque lire al giorno ma le ragazze, la forza lavoro era costituita prevalentemente da loro, erano contente: la maggior parte era ancora bambina, dai dodici anni in su. È l’età, questa, in cui la vita è come un’aiuola dove si spargono i primi fiori dei sogni e dove qualcuno comincia a seminare qualche piantina, per vedere se un giorno diventerà un albero robusto alla cui ombra ci si potrà anche ristorare dalle fatiche della vita.

È il 15 marzo 1924: un incendio si sviluppa; intervengono i Vigili del fuoco che da Torino per raggiungere il luogo del disastro, in relazione alle condizioni delle stradine canavesane dell’epoca, impiegano due ore. L’incendio divampa ed avvolge quasi del tutto l’intero fabbricato. Fra gli scoppi e nelle fiamme periscono ventun persone: le vittime sono tre operai e diciotto operaie tra i dodici e i vent’anni! Qualcuna si salvò, buttandosi da una finestra riportando “solo” la frattura a una gamba.

L’ultima operaia sopravvissuta al disastro morì nel 2003 all’età di novantasei anni, di quell’evento non ne avrebbe mai più voluto parlarne: certamente il ricordo di quell’esperienza terribile la deve avere provata per il resto della sua vita.

Foto RoccaIn quell’Italia di allora il disastro fu sottaciuto perché nel nostro Paese -da un paio di anni c’era una “nuova era” in Italia- tutto si diceva funzionasse molto bene, e in un Paese in cui tutto funzionava così bene, certi avvenimenti non avevano alcuna probabilità di accadere, o per meglio dire, anche quando fossero successi, non “dovevano” essere mai successi.

Ai funerali parteciparono, si dice, circa 10 mila persone da gran parte del Canavese.

I parenti delle vittime furono risarcite: il Sindacato Subalpino di Assicurazione pagò cinque annualità di salario cui si aggiunsero 52 mila lire derivanti da una sottoscrizione popolare.

Io una risposta me la sono data circa le radici del disinteresse e i possibili motivi della scomparsa della documentazione su questa tragedia sul lavoro, forse può essere solamente troppo politica: “Non era successo nulla”!

Saltiamo nuovamente in sella … la tappa sarà molto breve.

Filigrane del Giro d’Italia (seconda tappa)

domenica 1 giugno 2014

Al passaggio della bufera l’empio cessa di essere,

ma il giusto resterà saldo per sempre. (Proverbi 10:31)

Saltiamo in sella sulla nostra bici alata e cominciamo a pedalare da Fossano, dove nel 1904 è nato …

 

Lorenzo: dignità nella disperazione

“Lorenzo era un uomo; la sua umanità era pura e incontaminata, egli era al di fuori di questo mondo di negazione. Grazie a Lorenzo mi è accaduto di non dimenticare di essere io stesso un uomo”

(Primo Levi, Se questo è un uomo).

Lorenzo Perrone è un abile muratore; alla ditta, presso cui lavora, vengono richiesti operai esperti da impiegare a Monowitz: questo campo di lavoro fu uno dei tre principali che formavano il complesso concentrazionario situato in prossimità di Auschwitz, in Polonia.

Tra “gli ospiti del Lager”, così come li definisce egli stesso in “Se questo è un uomo”, c’è Primo Levi: catturato il 13 dicembre 1943, arrivò ad Auschwitz nel febbraio 1944 e rimase qui internato ad Auschwitz III-Monowitz fino al gennaio 1945.

Né si può dire che Levi fosse particolarmente beneviso o godesse della solidarietà degli altri internati ebrei, come si potrebbe immaginare nella drammaticità in cui versava quella disperata comunità; il fatto di queste disattenzioni risiede nella sua non conoscenza dell’yddish.

Nell’immaginario collettivo quella dei campi di concentramento è da tutti considerata come un’esperienza limite dell’umanità, ma non dimentichiamo che non è stata solo ed unicamente nazista: circa 20 milioni di russi furono eliminati nei lager sovietici negli anni Venti e durante quelli del terrore stalinista. Questa sarebbe una stima molto prudenziale perchè non esiste certezza sul numero del genocidio sovietico: infatti Solgenitsin e altri dissidenti parlano in genere di 60 milioni di vittime!

E non trascuriamo neppure altri genocidi, ancora più recenti, per i quali ci sarebbe da scrivere lunghe pagine di orrori compiuti in nome di un’ideologia.

Torniamo a Levi e a Perrone: in qualche modo si conoscono (fonti diverse citano che uno dei due abbia sentito parlare in dialetto piemontese l’altro oppure viceversa).

In un clima di terrore, di freddo, di fame, di malattia e di immanente fine esiste solo “mors tua, vita mea”. Ma non sempre è così: ed ecco il perchè della granitica citazione iniziale.

Lorenzo Perrone viene a conoscenza della terribile condizione dei deportati. Nei momenti più bui dell’umanità, alcuni Uomini, quelli che meritano essere scritti con la U maiuscola, riescono ad esprimere i sentimenti più alti e più nobili.

A costo della propria vita, da quel momento e fino al dicembre 1944, procurerà, per sfamare Levi, un po’ di cibo in più, rinunciando a parte del suo, oppure, sembra, anche rubandolo dalla cucina; gli farà avere una maglia per proteggersi un po’ meno peggio dal rigori del freddo e manterrà, in modo rocambolesco, la corrispondenza con la sua famiglia.

In cambio di tutto questo non chiede nulla.

Per mettere in evidenza la bontà dell’animo e l’umanità di quest’uomo occorre raccontare l’ultimo incontro tra i due, che avviene mentre il fronte si avvicina  sotto pesantissimi bombardamenti: Lorenzo, in quel frangente e nonostante tutto, si scusa con Levi perché nella minestra, che gli sta porgendo, è finito del fango a seguito dell’esplosione di una bomba, senza fargli pesare il fatto che, nel portagli il piatto, è rimasto ferito a un timpano.

Perrone, si dice, sia tornato in Italia a piedi; giunto a Torino, va a far visita ai familiari di Levi: all’offerta di accettare almeno il pagamento del biglietto del treno, per abbreviare il suo ritorno a casa, rifiuta: “Sono arrivato fin qui a piedi, posso andare a casa ancora a piedi” si racconta abbia risposto.

Levi, attraverso Perrone, trova la forza per resistere alla disperazione e scriverà “Per quanto di senso può avere il voler precisare le cause per cui proprio la mia vita, fra migliaia di altre equivalenti, ha potuto reggere alla prova, io credo che proprio a Lorenzo debbo di essere vivo oggi; e non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi costantemente rammentato, con la sua presenza, con il suo modo così piano e facile di essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto al di fuori del nostro, qualcosa e qualcuno di ancora puro e intero, di non corrotto e non selvaggio, estraneo all’odio e alla paura”

Levi, finito l’orrore della guerra, prenderà contatto con Perrone e lo incontrerà a Fossano. Perrone si ammalerà e Levi provvederà al suo ricovero per curare la tubercolosi che gli sarà fatale. In suo onore darà alla figlia il nome Lisa Lorenza e al figlio Renzo.

Il 7 giugno 1998, Yad Vashem riconosce Perrone come Giusto fra le Nazioni. Il suo è il dossier 3712.

Il prossimo traguardo sarà a … qui in zona canavesana

L. Garombo

Filigrane del Giro d’Italia

martedì 27 maggio 2014

A cent’anni dalla nascita di Gino Bartali, il Giro d’Italia passa per la seconda volta a Volpiano: noi tutti ricordiamo Bartali per le vittorie in tre Giri d’Italia e le due nel Tour de France, l’accesa “guerra” con Coppi, due personaggi agli antipodi nello sport e nella vita che hanno diviso l’Italia di allora.

Tuttavia il “toscanaccio” ha un’ultima vittoria che nessuno potrà mai strappargli: l’alloro della sua vittoria più bella l’ha colto quando ormai qui sulla Terra non era rimasto che il vento delle sue volate.

Gino, negli anni della guerra, tra il 1943 e il 1944, si allenava, si allenava e si allenava ancora, percorrendo Firenze - Assisi e Assisi – Firenze in modo quasi maniacale, non un minimo di fantasia: la Toscana è davvero così bella che merita essere vista tutta. Perché limitarsi?

No, Gino sempre Firenze-Assisi e ritorno.

Erano i tempi in cui l’Italia era occupata, il termine esatto per me è questo, dal nostro “alleato” tedesco.

Certamente la noia lo avrà anche sopraffatto qualche volta, penso sia naturale; no, su di lui non ebbe mai effetto alcuno.

Firenze-Assisi e ritorno, poi di nuovo, pedalata dopo pedalata.

Gli saranno passati per la testa mille pensieri durante la monotonia di quel percoso, forse immaginava tattiche o strategie future; oppure riesaminava quelle delle vittorie passate?

Firenze-Assisi e ritorno.

Nella testa di Gino passava un solo pensiero: quello della strada, ma la strada giusta, che ognuno di noi ha da percorrere nella vita.

Firenze-Assisi e ritorno

Ogni tanto qualche pattuglia tedesca lo fermava, ma lui era Gino Bartali (si leggeva nome e cognome, ben visibile sullo stomaco e sulla schiena della maglia che indossava durante questi allenamenti), ma da buon toscano se ne liberava con qualche battuta e riprendeva sempre la strada, quella giusta.

Firenze-Assisi e ritorno

Quella che lui montava non era solo una bicicletta, tubi, manubrio o sella: era una specie di polveriera che poteva farlo “saltare in aria” ad un minimo errore; sì, perchè nei tubi del telaio, nel manubrio, nella sella erano nascosti documenti falsi che, abilmente occultati nella bicicletta, partivavo dall’Arcivescovado di Firenze per arrivare ad Assisi, documenti destinati a Ebrei che, in questo modo riuscirono a salvarsi dalle grinfie naziste.

E Gino, novello Mercurio a pedali … Firenze-Assisi e ritorno

E la strada, quella giusta, lo portò nel 2013 al giardino dei “Giusti tra le nazioni”: quasi un migliaio di ebrei Gli (non è un errore, merita la G maiuscola) devono la loro sopravvivenza.

Lui, Gino Bartali, toscano, gran campione delle due ruote, lui la strada giusta la conosceva.

Dopo un doveroso pensiero al ciclista puro, riprendo il discorso della tappa.

Al passaggio della bufera l’empio cessa di essere,
ma il giusto resterà saldo per sempre. (Proverbi 10:31)

Può sembrare molto strano abbia iniziato un commento alla tredicesima tappa del Giro d’Italia, che ha attraversato il nostro Comune proprio venerdì, con una citazione biblica. Tuttavia il nesso esiste, eccome!

Quella di venerdì non è stata una tappa comune, bensì una tappa in cui si può anche percepire una sottesa celebrazione della dignità umana, fors’anche di avvenimenti o persone poco noti; e per alleviare la fatica di leggermi, lo pubblicherò a puntate.

Fossano – Rivarolo Canavese: poco meno di 160 chilometri ricchi di spunti attorno a questo argomento.

Comincerò da Fossano, dove …

A presto, anzi prestissimo

P.S. Filagrana non ha plurale, ma me lo sono voluto concedere egualmente.

L. Garombo

Origini canzone “Il silenzio”

domenica 11 maggio 2014

Mi hanno girato una mail interessante, e allo stesso tempo commovente. Anche se il 25 Aprile é passato da un po’, la dedico ai nostri caduti e ai caduti di tutti i tempi e di tutte le nazioni.

E’ sempre forte l’emozione nell’ascoltare le note di questa melodia.  Anche se più forti di queste note, risuonano le parole di Papa Francesco  che testimoniano il grido di pace che si alza tra gli uomini semplici, ricchi di saggezza, illuminati della terra ! E’ il grido che dice con forza: vogliamo un mondo di pace, vogliamo essere uomini e donne di pace, vogliamo che in questa nostra società, dilaniata da divisioni e da conflitti, scoppi la pace; mai più la guerra! Mai più la guerra! La pace è un dono troppo prezioso, che deve essere promosso e tutelato, facciamo tutto ciò che possiamo, e ancora di più per scongiurare guerre e tragedie umane. La violenza da sempre chiama violenza.

Lottiamo con forza nel nostro piccolo mondo, per promuovere la pace, educando i nostri figli al rispettodi sé stessi, della terra, degli altri, anche se portatori di opinioni diverse dalle nostre. Dobbiamo imparare a dialogare, a sentire le ragioni dell’altro, a confrontarci, a crescere, ad allargare i nostri orizzonti , imparando così a diventare cittadini del mondo.   E anche se a volte ci tocca fare un passo indietro, non dobbiamo sentirci sminuiti, la vera forza deriva proprio dal saper perdonare oggi, per costruire qualcosa di grande domani insieme.

Franca Furbatto

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Ispirazione tratta dal Franca’s Story “Il ritorno a casa”

venerdì 4 aprile 2014

Leggere le vicissitudini degli UOMINI nati nei primi anni del secolo scorso mi appassiona.

Sono forti i ricordi dei miei genitori e  parenti stretti. Sento ancora il loro modo di pensare, di agire e di vivere. Sì vivere: quella generazione era stata educata per compiere il proprio dovere. Giusto o sbagliato che fosse loro l’hanno sempre fatto!

Entusiasti, pochi; brontolando, molti;  altri, la maggioranza, imprecando contro la “naja” sono andati in guerra.

Gli Alpini cantavano: “  la Julia va in guerra… la miglior gioventù va sottoterra”.

Molti sono morti, tanti (troppi) sono rimasti invalidi e feriti.  Altri hanno patito  la fame, subito malattie e privazioni nei campi di prigionia.

Ma gli UOMINI  non si sono arresi!

Dopo pochi anni hanno superato il trauma della sconfitta e delle umiliazioni  .  Si sono rimboccati le maniche e hanno ripreso a compiere  il loro dovere.

Non più con la divisa da militare ma con la tuta da operaio, la tenuta da contadino, da impiegato.

In due decenni l’Italia sconfitta e semidistrutta  è diventata la 5° o 6°  potenza economica del mondo e nessuno rideva di noi.

Quella generazione di UOMINI e DONNE  abituati a fare il proprio dovere , aveva misurato il successo in base a quello che sarebbero diventati  i loro figli.

Se fossero diventati  cittadini buoni e rispettosi degli altri,  avrebbero concluso che era valsa la pena di vivere e soffrire!

In parte penso che ci siano riusciti: anche noi abbiamo contribuito alla crescita economica e sociale del paese.

Ma… il “ diritto” ha preso il sopravvento  sul “dovere” e molto, anzi troppo  spesso sento   “gli illusionisti” del nuovo millenio”  che spiegano cosa devono fare gli altri per il BENE COMUNE tralasciando di spiegare cosa loro stanno realmente facendo!

E’ un peccato che un tale patrimonio di virtù si sia   perduto!

Ben vengano scritti, racconti e testimonianze  per ricordarci  quanto impervio era ed è tuttora,

compiere il proprio dovere nel tortuoso sentiero della vita.

Michele VIOLA

Donne.

lunedì 27 febbraio 2012

violenza_donneCon questo simbolo dovremmo celebrare la festa della donna. Troppe sono, ancora oggi , le violenze e le vessazioni che le donne subiscono!  Ma non voglio scavare  in  questo doloroso argomento. Semmai vorrei  alleggerirlo, con con questa delicata introduzione ad una poesia, che voglio condividere con voi e tutte le donne con la D maiuscola che, in contrapposizione a quelle che per testimoniare la loro femminilità esibiscono “farfalline” e “interdentali”, reggono, fiere ed instancabili, le fatiche di tutti i giorni, orgogliose di essere donne:

QUANDO SI SCRIVE DELLE DONNE, BISOGNA INTINGERE  LA PENNA NELL’ARCOBALENO” (Diderot)

Il coraggio delle donne

Sono coraggiose le donne,

ci costa caro, ma bisogna ammetterlo.

La fragilità? Solo un tratto culturale,

più che un dato biologico.

Sono forti e coraggiose, le donne.

quando scelgono la solitudine,

rinunciando a un falso amore,

smascherandone la superficialità.

Sono coraggiose le donne, quando

crescono i figli senza l’aiuto di nessuno,

rivalutando l’ancestrale primato,

quello di essere mamma.

Hanno il coraggio di non chiedere

a uomini che sono anche padri,

la loro presenza, puntualmente assente.

Uomini che rifuggono le proprie responsabilità

trincerandosi in comodi ruoli o paraventi

infantili di adulti mai cresciuti.

Sono forti e coraggiose, le donne,

quando a discapito di tutto e di tutti

scelgono i propri compagni, costruendo solide storie,

spendendo patrimoni sentimentali, contro la morale comune.

Sono forti e coraggiose le donne, quando sopportano,

violenze di ogni tipo, per salvaguardare quello che resta di famiglie,

che non sono più tali.

Sono la speranza del mondo le donne, in qualsiasi

circostanza continuano a far nascere uomini

che poi le tradiranno. (B.Espositi)

Buona settimana,

Daniela B.

Jude Garland – Che magia!

martedì 28 dicembre 2010

Bellissima canzone, che eleganza e che dolcezza in queste parole. L’altro giorno volevo vedere come film, ” La banda dei babbi Natale”, purtroppo non c’era posto

e percio’ ho ripiegato, visto che eravamo li’, su ” Natale in Sud Africa”  con De Sica, Ghini, Tortora e Belen. E’ stato un disastro!!!! Lo so che direte perchè sei andata a vederlo,

cosa ti aspettavi? E’ vero, ma non pensavo tanto squallore, battute penose, volgari. Nessun rispetto per il paese, per le popolazioni locali, per gli animali….

C’era gente che rideva a crepapelle, e altri che hanno battuto le mani dopo lo spettacolo.  Per carità tutti i gusti son gusti. La recitazione di Belen non si’ vista, ne’ sentita, l’ inquadratura puntava

insistentemente sul suo fondo schiena,  di tutto rispetto, ma pensare a quale  messaggio  il film puo’ trasmettere, non sono riuscita a trovarlo.

E non sto facendo la moralista, è proprio la mancanza di qualcosa da dire che mi sembra grave, con tutti gli argomenti che il cinema, come mezzo di comunicazione potrebbe

dare alle nuove generazioni e vecchie generazioni.

E’ per questo che ho voluto, a contrasto caricare questo video:” Somewhere over  the rainbow” , con la traduzione delle  parole  in italiano. Ditemi se il confronto regge.

Buone feste.

Franca

blah


Da qualche parte sopra l’arcobaleno
proprio lassù, ci sono i sogni che hai fatto
una volta durante la ninna nanna
da qualche parte sopra l’arcobaleno
volano uccelli blu e i sogni che hai fatto,
i sogni diventano davvero realtà

un giorno esprimerò un desiderio
su una stella cadente
mi sveglierò quando le nuvole
saranno lontane dietro di me
dove i problemi si fondono come gocce di limone
lassù in alto, sulle cime dei camini
è proprio lì che mi troverai
da qualche parte sopra l’arcobaleno
volano uccelli blu e i sogni che hai osato fare,
oh perchè, perchè non posso io?

Beh vedo gli alberi del prato e
anche le rose rosse
le guarderò mentre fioriscono
per me e per te
e penso tra me e me
“che mondo meraviglioso!”

Beh vedo cieli blu e nuvole bianche
e la luminosità del giorno
mi piace il buio e penso tra me e me
“che mondo meraviglioso!”

I colori dell’arcobaleno così belli nel cielo
sono anche sui visi delle persone che passano
vedo degli amici che salutano
dicono “come stai?”
in realtà stanno dicendo “ti voglio bene”
ascolto i pianti dei bambini
e li vedo crescere
impareranno molto di più
di quello che sapremo
e penso tra me e me
“che mondo meraviglioso!”

un giorno esprimerò un desiderio
su una stella cadente
mi sveglierò quando le nuvole
saranno lontane dietro di me
dove i problemi si fondono come gocce di limone
lassù in alto, sulle cime dei camini
è proprio lì che mi troverai
da qualche parte sopra l’arcobaleno
ci sono i sogni che hai osato fare,
oh perchè, perchè non posso io?

Asfalto in Vauda? No, grazie

sabato 6 novembre 2010

L’ultima cosa di cui la Vauda ha bisogno è un nastro d’asfalto.

Una leggenda dell’isola greca di Limnos racconta che esiste, al di là di tutti i rumori che corrono per il mondo, anche un suono di sottofondo, continuo e basso. Tale canto, soffuso e ininterrotto, viene chiamato il “suono del mondo”: oggi la scienza ci ha dato conferma della veridicità di questa leggenda.

E’ probabile che anche “il suono del mondo” per poter risuonare e rendere sempre più bella la nostra terra debba essere liberato dalle brutture: inquinamento, baccano, lordura, mancanza di buon senso da parte dei suoi abitanti.

Fortunatamente gli utenti del nostro patrimonio boschivo, si sa, non sono gli automobilisti bensì le persone che nutrono rispetto per la natura, con la sua fauna e flora. Camminare sui sentieri della Vauda significa, a seconda delle stagioni, godere dei profumi delle varie piante che la popolano, dei fruscii degli animali che la vivono e dal cinguettio degli uccelli che ancora la sorvolano o vi nidificano, apprezzarne gli scorci suggestivi che ci regala l’inverno, quando regna un silenzio magico, quasi irreale.

Camminare sui sentieri della Vauda significa appoggiare i piedi sulla terra, a volte accidentata, con la sua polvere d’estate e il suo ghiaccio d’inverno; tuttavia proprio questo è il suo fascino. L’arte del passeggiare, perché di arte si tratta, ti regala non soltanto un buon esercizio fisico, ti consente di fare di più. Puoi infatti attingere dalla riserva dei tuoi pensieri, recuperando tutto ciò che ti è passato per la mente durante la giornata e che si è perso soffocato da incombenze e affanni. Di questi tempi il messaggio è fin troppo chiaro: occorre fermarsi ad ascoltare ciò che il mondo tenta di dirci da sempre attraverso il suo suono.

Il nostro polmone verde mi sembra il luogo deputato per farlo.Una passeggiata pomeridiana