Archivio della Categoria 'Storia'

La cappella di San Michele – 29 settembre 2014

giovedì 23 ottobre 2014

Durante la festa di San Michele, con i tradizionali festeggiamenti organizzati dal borgo in modo pregevole e divertente, ho potuto ammirare la cappella dedicata al Santo. Sono stati fatti parecchi lavori, esternamente e internamente per mantenere  l’edificio in splendida forma. Le pareti tinteggiate di fresco, le conferiscono un aspetto lindo e luminoso all’interno; i colori caldi, pastello, forniscono all’esterno un aspetto elegante e accogliente. Grazie a nome di tutti noi volpianesi al gruppo di volontari che si occupano della cappella con tanta dedizione e passione.

Mi permetto di fornire alcune notizie sulla chiesetta di cui non si  conosce l’esatta data di costruzione , ma sembra dagli archivi diocesani, che risalga alla fine del 1600 circa. L’affresco dietro l’altare pare sia del 1685, secondo una relazione redatta durante una visita pastorale. Riprende  una Madonna con il bambino in braccio, in atto di porgerle una rosa;  ai piedi sulla sinistra l’immagine di San Michele, in atto di uccidere il drago e sulla sinistra c’è l’immagine di un domenicano, accompagnato da un cane con una torcia in bocca. Subito ho pensato a San Domenico, poi mi ha colpito l’immagine del cane con un plico in bocca arrotolato. Sono risalita ad una tesi di laurea di una studentessa di San Benigno, in cui chiariva la figura del domenicano: é San Domenico di Guzman, spagnolo, rappresentato nell’iconografia in compagnia di un cane che regge una torcia. Il Santo nacque nel 1170 a Calernega  (Spagna) e morì a Bologna nel 1221, dove fu sepolto. Fondò l’ordine dei predicatori erranti, sacerdoti che si spostavano di villaggio in villaggio per portare la parola di Dio. Fu incaricato dal Papa di combattere l’eresia catara nel sud della Francia e prestò la sua opera ad Avignone, Carcassone.ecc.  Non é un santo molto conosciuto: è protettoree degli astrologi, spesso rappresentato con una stella in fronte, ma più comunemente accompagnato dal cane con la torcia. E allora perchè scegliere proprio quel santo per la cittadina di Volpiano e legarlo alla figura dell’Arcangelo Michele? Forse fu una richiesta specifica del commitente della cappella, quella di rappresentare il santo? Oppure , piuttosto azzardata, l’ipotesi che il Santo possa essere passato da Volpiano, in epoca remota…..percorrendo la via francigena, che dalla Francia, attraverso il Piccolo San Bernardo, portava in Italia? Perchè a distanza di tanti anni dalla sua morte,avvenuta nel 1221,  rappresentare quasi quattrocento anni dopo la sua figura, nell’esecuzione dell’affresco? Valentina, l’esecutrice della tesi sulle cappelle di Volpiano, non ha trovato collegamenti o documenti che ne spiegassero la realizzazione e la scelta delle figure raffigurate. Sarebbe bello approfondire l’argomento con qualche studioso.

Bello anche il quadro appeso alla parete, di grosse dimensioni, ovale, che rappresenta San Michele, in procinto di uccidere il demonio e sullo sfondo un profilo della città di Volpiano, con i suoi due campanili, eseguito da Giuseppe Serra, datato 1879, o 1872? con dedica ” Alla mia città, Giuseppe Serra”. Il San Michele dipinto dal Serra é riconducibile alla figura del Santo eseguita da Guido Reni nel 1585, ritenuta una delle più belle esecuzioni dell’Arcangelo.

Chi era Giuseppe Serra? Un pittore dell’800 piemontese, presumo. Non ho trovato traccia di lui nel catalogo dei pittori piemontesi, ma vorrei approfondire la ricerca. Quella dedica poi “alla mia città” fa intendere che sia vissuto a Volpiano, se non addirittura nato. Altro argomento da sviluppare. Non si finisce mai di imparare e di conoscere il nostro territorio e gli interrogativi si moltiplicano.

“Per crescere bisogna guardare avanti senza paura, ma occorre, nello stesso tempo, conoscere e capire bene la propria storia Le esperienze delle persone che ci hanno preceduto, che ci hanno voluto bene, le loro speranze, le loro prove, sono un importante punto di riferimento per la nostra vita” per questo mi faceva piacere condividere con Voi queste mie scoperte e richiedere il Vostro contributo su eventuali notizie o ipotesi.

Alla prossima cappella!

 

Franca Furbatto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Franca Furbatto

 

Conoscete Ernesto Rayper?

domenica 4 maggio 2014

Ernesto Rayper - Brughiera Presso Volpiano

Brughiera a Volpiano – 1871, Ernesto Rayper

Passeggiando nei pressi di via Leinì, ho potuto notare una via dedicata a Rayper, pittore, e mi sono ricordata di aver letto questo nome tra i protagonisti della cosidetta “scuola Pittara, o di Rivara” su di un libro dedicato al Canavese.  Più che di scuola si può parlare di un gruppo di amici, accomunati dalla passione per la campagna, per la natura, per l’amicizia e per la pittura all’aria aperta, con qualche anticipo sugli impressionisti francesi. In effetti fu l’unico cenacolo artistico dell’ottocento in Piemonte. Ne facevano parte Pittara Carlo, fondatore e animatore del gruppo; Vittorio Avondo, autentica personalità; Alfredo D’Andrade, portoghese, avviato dal padre al commercio, si dedicò ben presto alla sua grande passione: la pittura; Ernesto Rayper, famoso per i suoi verdi densi e profondi, la delicatezza dei suoi grigi, morbidi e acquosi;  Federico Pasteris, animatore con il suo amico D’Andrade di ogni evento culturale e artistico torinese; Ernesto Bertea, fu uno dei più robusti coloristi piemontesi, quasi un precursore di Delleani, pur ispirandosi alla scuola di Fontanesi; Casimiro Teja, caricaturista, fondatore del giornale umoristico “il Pasquino” a cui si dedicò per quarant’anni, pittore per svago. Il luogo di ritrovo della combriccola era il castello di Rivara, il cui proprietario era il cavalier Carlo Ogliani, cognato di Pittara. Tutte le estati gli amici si ritrovavano per trascorrere piacevoli periodi in compagnia, spaziando per i paesi del Canavese e della Valle d’Aosta. Meta ricorrente delle loro scorribande erano varie località del Canavese, tra cui Volpiano, al termine della Vauda, attrezzati con busta di cuoio sul fianco con lapis e taccuino per gli schizzi rapidi, zaino in spalle con tutto il sacramentale bagaglio del pittore, scarpe chiodate, alte, lunghissimi bastoni ferrati e in capo inverosimili cappelli a piume, pronti a cogliere scorci caratteristici, vedute particolari, corsi d’acqua sui quali si rifletteva la luce del sole. “Con tornar dell’agosto” … la famosa marcia di Rivara, inventata dal Pittara e baldanzosamente cantata da tutti i compagni, imitando ciascuno la voce di uno strumento di banda, gli amici irrompevano festosi nei borghi tranquilli, come annuncio di una giornata lieta, ma anche di studi intensi e condivisi che riuscivano ad unire tutti in un unico modo di vedere la natura, di rappresentare la realtà, anche se fra loro convivevano artisti diversi fra di loro.  La collaborazione e l’amicizia durò vent’anni circa ed ebbe il momento più glorioso nel decennio tra il 1866 e il 1876. Morto Rayper, a soli trentatreanni, la compagnia gradatamente si sciolse per impegni diversi degli artisti. Proprio il nostro Rayper (Genova 1840 – 1873), si era recato in gioventù a Ginevra, colpito come molti altri dal “calamismo” per seguire la scuola del maestro Calame, ma ne era rimasto deluso. Ritornato in patria fu attratto sempre più dall’arte del Fontanesi, per cui quando era ospite a Rivara,  si recava  spesso a  Volpiano, dove il Fontanesi soggiornava, in compagnia di qualche allievo, per ritrarre le brughiere nella vicina Vauda. Dipinse così un’apprezzata acquaforte intitolata appunto “Brughiera a Volpiano”, pubblicata su “L’Arte in Italia” nel 1871. Divenne molto esperto in questa tecnica, ne sono testimonianza le splendide acqueforti pubblicate nei cinque anni successivi sempre su tale rivista internazionale, prodotta a Torino. Fu incisore e pittore, fondatore della scuola “grigio Liguria”, frequentatore della scuola toscana dei  macchiaioli, godette l’amicizia e la stima di Telemaco Signorini. Morì purtroppo giovanissimo per un cancro alla lingua, pianto dagli amici e artisti non solo piemontesi. Nel suo necrologio Tammar Luxoro, maestro e amico, scrisse di lui: “Il fare del Rayper era facile, elegante, il disegno pensato, il colorito robusto e vivace, pridiligeva i soggetti interessanti per la linea, la gaiezza della scena, i fiori dei prati, la natura allegra: era proprio il pittore che dipingeva sè stesso.”  Avete capito perchè Volpiano ha voluto rendergli omaggio, dedicandogli una via?

Si impara sempre qualcosa in più ogni giorno, basta mantenere le antenne alzate, gli occhi sgranati e la curiosità dei fanciulli, per cogliere i tanti spunti che la vita, le persone, i fatti, la cronaca, un libro ti possono offrire.

A proposito sarebbe bello sapere dove Fontanesi soggiornava, quando veniva a Volpiano, magari in uno degli Alberghi presenti in paese, oppure ospite di qualche Signore del posto…. Mi riprometto di cercare qualche risposta. Se avete notizie o suggerimenti sono ben accetti.

Franca Furbatto

L’opera di Guglielmo da Volpiano all’Europa

lunedì 17 marzo 2014

In questi giorni è stata inaugurata a Volpiano, presso Palazzo Oliveri, la mostra dedicata a Guglielmo da Volpiano, alla sua vita e alle sue opere. Questo nostro illustre concittadino, abate, vissuto a cavallo dell’anno 1000 ha dedicato la sua vita a testimoniare la sua fede, prestando la sua opera in numerosi monasteri in Italia, in Francia e nel resto dell’Europa. Personaggio ecclettico, dotato di forte personalità, intelligenza, dinamismo e rigore, ha viaggiato molto in vari stai europei; si è recato nove volte in Italia, Roma compresa, per portare la sua opera riformatrice.

E’ stato architetto, ingegnere, musicologo, educatore, personaggio estremamente versatile; capace di opere grandiose, come la ricostruzione della cattedrale di Digione o della costruzione dell’abbazia di Fruttuaria sulle sue terre.

Ma non voglio qui raccontarVi la vita di Guglielmo, voglio invece invitarVi a visitare la mostra aperta dal 26 marzo all’8 giugno tutte le domeniche dalle ore 10 alle 12,30.

La mostra è costituita da otto pannelli che illustrano l’opera di questo grande uomo e da otto dipinti realizzati dalla pittrice Lella Burzio che raffigurano i momenti più significativi della sua straordinaria vita.

La realizzazione di questa mostra é stata possibile grazie all’opera costante e approfondita degli amici dell’Associazione culturale “ Terra di Guglielmo “, che da dieci anni a questa parte lavorano alla valorizzazione e conoscenza di questa straordinaria figura. Nel 2009, grazie ad un bando provinciale, è stata realizzata una biblioteca storica, a palazzo Oliveri, accentrata principalmente sull’anno 1000, sul monachesimo, sul nostro territorio e sulle terre di Guglielmo; arricchita con opere importanti e preziosi volumi, nonché da libri recenti a disposizione dei cittadini. Determinante è stato, ancora una volta, il contributo della Provincia, per la realizzazione dell’attuale mostra, allestita per dare visibilità in forma permanente alla figura di Guglielmo e alla sua opera, testimonianza significativa che si integra perfettamente alle iniziative intraprese per festeggiare i mille anni della fondazione di Volpiano.

Franca Furbatto

Indicazioni per ascoltare video Giuni Russo

mercoledì 20 marzo 2013

Volevo farVi apprezzare la vocalità unica di Giuni Russo  che replica il suono dei gabbiani e ho caricato il video in fondo all’articolo, cliccate sulla freccia e poi su You tube, la scritta a destra in basso per ascoltare la sua splendida voce.

Franca

Tributo a Giuni Russo

martedì 19 marzo 2013

Stavo ascoltando su You tube alcune vecchie canzoni napoletane, quando mi imbatto in una canzone che apparentemente non conosco “Santa Lucia luntana”, non la classica “Santa Lucia”: Sono curiosa di sentirla e mi collego alla versione cantata da  Beniamino Gili . In realtà scopro che conosco la canzone, ma non ne conoscevo il titolo: é una canzone struggente che parla di emigranti napoletani, in partenza per l’America, provati da una profonda nostalgia per la loro città. Santa Lucia è l’ultimo borgo di Napoli che vedono prima che la nave prenda il largo verso il mare aperto. Nel 1926 Roberto Roberti (in arte), al secolo Vincenzo Leone, padre di Sergio Leone, regista, da noi più conosciuto, aveva prodotto un film intitolato “Napoli che canta”, un film muto che mostrava bellissime immagini di una Napoli che non esiste più, volti di languide ragazze dagli splendidi occhi sognanti, ma anche immagini di una città povera, segnata dal degrado, che costringe i suoi figli ad emigrare verso terre lontane. Il film fu proiettato con sottotitoli in inglese in America, ma come si può immaginare, la pellicola fu presto ritirata dal mercato, perchè non gradita dal regime fascista. La pellicola fu dimenticata per anni, fino a quando Elinor Leone, nipote di Vincenzo, ormai anziana, decide di donare la stessa alla George Eastman House International Museum of Photography and Film di Rochester, ‎NY, e nel 2003 il dipartimento cinematografico dell’istituto americano, diretto dal nostro Paolo ‎Cherchi Usai, completò il restauro della pellicola, presentandola alle Giornate del Cinema Muto di ‎Pordenone con l’originaria colonna sonora tutta interpretata dalla splendida voce di Giuni Russo, splendida artista italiana.

Dichiaro la mia ignoranza, ma non conoscevo la cantante. Ho cercato, incuriosita, volevo  trovare il video di “Santa Lucia Luntana”, cantata da Giuni, ma non l’ho trovato. In compenso ho scoperto la grandezza di questa figura artistica, capace di creare con la sua voce emozioni uniche.

Giuseppina Romeo, in arte Giuni Russo, era figlia di Pietro Romeo e Rosa Gauci, penultima di dieci  figli avuti dalla coppia. Nata a Palermo il 10 settembre del 1951, da padre pescatore e madre casalinga. Il padre usciva tutte le mattine in barca e aveva un banco del pesce nel mercato di Borgo Vecchio a Palermo. Giusy sarà l’unica dei numerosi figli che sogna una vita diversa. A pochi anni è già consapevole del suo talento: una magnifica voce, ed é per questo che la bambina vuole diventare una grande cantante e dedicare la sua vita all’arte.

In casa appena nata, viene affidata alle cura della sorella Anna, di nove anni, in quanto la madre, quarantenne deve occuparsi della gestione  della casa, dodici bocche da sfamare, uno dei figli é già fidanzato in casa. Il padre é orgoglioso della sua famiglia, é un uomo generoso, gran lavoratore, non perde occasione per invitare a cena i turisti che accompagna in barca, e la madre nonostante le ristrettezze riesce sempre a preparare per tutti. In queste circostanze la madre, che ha una passione per la lirica, e possiede una splendida voce, sollecitata dai familiari e dagli ospiti si esibisce in bellissime romanze e armonie napoletane. Uno dei cavalli di battaglia é appunto “Santa Lucia luntana”, che Giuni canterà con tanto ardore, anni dopo.

A undici anni si iscrive ad un corso di chitarra al Conservatorio; vive vicino al Politeama, grande teatro di Palermo e tutti i pomeriggi si reca ad ascoltare le prove dei cantanti lirici. Più che mai decisa a seguire il suo sogno si fa assumere per due ore al pomeriggio in una fabbrica di bibite vicino a casa. I soldi che guadagna li usa per prendere lezioni di canto dal maestro Gaiezza, famoso a Palermo per seguire i più grandi cantanti lirici. Dopo la prima audizione, il maestro decide di accettarla come allieva perchè capisce che fa sul serio. Per i primi tempi si fa pagare, ma poi giungono ad un compromesso: Giusy l’accompagnerà nei vari saggi che il maestro tiene nelle scuole e istituzioni della città. Il maestro aveva capito subito che Giusy non cercava di imitare nessuno, ma aspirava ad uno stile personale.  I genitori non avevano tempo per seguirla,  Anna, la sua mamma bambina era morta a undici anni per una meningite fulminante, ma in fondo questa condizione di solitudine, le permise di effettuare le scelte che voleva in autonomia. Partecipò a varie manifestazioni canore, sbaragliando sempre i concorrenti con la potenza della sua voce. Ottenne a tredici anni una scritturazione da solista al Politeama, durante l’estate, per la cifra di tremila lire: doveva accompagnare i vari gruppi che si alternavano sul palcoscenico con la sua voce. La famiglia non era al corrente di questo suo percorso, pur conoscendo la sua passione per la musica.Giusy invitò il padre la prima domenica della manifestazione, esibendosi davanti ad una sala gremita, ed ottenne un successo strepitoso. Da allora il padre la appoggiò nelle sue scelte, apprezzando i sacrifici che aveva fatto per pagarsi le lezioni dal maestro. Nel 1966 a quindici anni si presentò a Castrocaro e vinse tutte le selezioni regionali, ma a Forlì, pur apprezzando la sua voce, la considerarono troppo piccola per esibirsi e la scartarono, invitandola a presentarsi il prossimo anno. Giusy rimase delusa e l’anno dopo non voleva più presentarsi, ma la sorella insistette. Le furono assegnati due brani:” A chi” di Fausto Leali, e “Nel sole”  di Albano, perfetti per la sua voce. Il pubblico trasalì quando nel teatro Giusy cominciò a cantare, apprezzando la sua voce, ma anche la sua freschezza e la sua passione. Giunse al primo posto. Per tradizione poteva scegliere una madrina, e Giusy scelse Caterina Caselli. Ottenne una scritturazione dalla Emi, un’importante casa discografica e la certezza di parteciapre l’anno dopo a Sanremo. Giusy era al settimo cielo, non si accorse delle lunghe ore in treno per ritornare alla sua terra, dove fu accolta con trionfo e affetto dai suoi concittadini. A Sanremo, l’anno dopo, qualcuno propose di farla cantare in coppia con Louis Amstrong, ma poi la scelta cadde su un brano di Paolo Conte “No amore” in coppia con Sacha Distel, più conosciuto come boy friend di Brigitte Bardot. Un brano jazz, molto francese, poco adatto alla manifestazione canora. Giusy fu eliminata. Grande delusione. Presentò altre canzonette al Festivalbar, al Cantagiro, con discreto successo, ma non all’altezza delle aspettative. La sua vita era divisa tra Milano e Palermo, sola senza più la sorella che l’accompagnava, pur avendo solo diciasetteanni, si sentiva  lontana da quella gioventù che manifestava davanti all’università e  che voleva cambiare il mondo: lei voleva solo cantare. Nel 1969 festeggiò il capodanno in Canada, sempre in tournée con la Emi. Fu poi scritturata, su segnalazione di Claudio Villa, che apprezzava la sua voce, per un tour in Giappone con un altro cantante italiano. Il tour prevedeva un tot di serate e la durata di tre mesi, i ritmi erano massacranti e la fatica improba, ma ciò che fece interrompere la tournée da parte di Giusy fu l’onore italiano oltraggiato. L’impresario giapponese considerava il popolo italiano un popolo di pigri, ma quello che urtò profondamente Giusy fu che nel contratto l’impresario aveva fatto inserire una clausola che lo tutelava da eventuali furti che i due artisti italiani avessero compiuto, viste le abitudine dei loro connazionali. Giusy prima di partire si era fatta tradurre dall’inglese le parti più significative del contratto, ma poi in Giappone  dopo due mesi, rileggendo il testo aveva scoperto l’affronto e aveva deciso di rientrare immediatamente in Italia, avendo terminato le apparizioni prima del tempo.

A Milano, intanto aveva conosciuto Antonietta Sisini, di un anno più vecchia di lei, di origine sarda. La ragazza viveva a Milano da parecchi anni, con la madre, dopo il divorzio dal padre. Anch’essa suonava la chitarra ed era un’appassionata di musica, suonava e cantava in un complesso musicale, ma dopo che ebbe ascoltato Giusy cantare la prima volta, non si esibì mai più in pubblico, perché nessuna voce poteva competere con quella dell’amica. Le due ragazze divennero inseparabili e compagne nella vita. La madre di Antonietta accolse Giusy a casa come una figlia, e Giusy la ricambiò con altrettanto amore.

Intanto la gavetta continuava, si moltiplicarono le serate e tante furono le porte alle quali le ragaze bussarono per farsi accettare qualche brano di loro composizione. Ottennero collaborazioni e scritture diverse con artisti di pregio, quali Franco Battiato, con il quale instaurarono un bellissimo rapporto di collaborazione e di amicizia. Giunsero anche ad un contratto con la CGD, importante e potente casa discografica italiana, diretta da Stanislao Sugar, padre di Piero, marito di Caterina Caselli, la madrina di Castrocaro della Russo. Giuni (nel frattempo aveva modificato il nome ) firmò un contratto per cinque anni con la casa, che si dimostrò con il tempo capestro: l’artista si  impegnava a cantare le canzoni che le venivano proposte, a promuoverne le presentazioni, a partecipare alle varie manifestazioni canore, a seguire le torunée  e anche dopo la risoluzione del contratto la Russo avrebbe dovuto riconoscere alla casa discografica una percentuale sui futuri guadagni, a fronte di nuovi ingaggi. L’inesperienza delle ragazze e l’entusiasmo di essere giunte ad una scrittura, fece loro sottovalutare l’ importanza di certe clausole. I successi non mancarono, come “Un’estate al mare”, “Alghero”, “Limonata cha cha”, “Mediterranea”, alcuni album di pregio, ma la strada che Giuni voleva percorrere era di ricerca, di sperimentazione della voce,  di musica di confine, mentre la casa puntava solo su successi commerciali visibili ed immediati. Ben presto i disaccordi si intensificarono sino a giungere ad una chiusura definitiva dei rapporti due anni prima della scadenza del contratto. Risoluzione non indolore, di lì in avanti Giuni trovò solo porte chiuse. Ma il suo orgoglio e la sua determinazione non le impedirono di seguire la sua strada, portandola dalle balere estive alla ricerca di un senso più profondo dell’esistenza, sino alla composizione di testi musicali sacri di tutte le religioni del mondo. Nel 2003 si presentò a Sanremo, già segnata da un tumore che combatteva da anni, con una canzone  “Morirò d’amore”, quasi a voler segnare il suo addio e che non fu capita come avrebbe dovuto. Morì nel 2004 a soli 53 anni, accudita fino alla fine dei suoi giorni dalla compagna inseparabile Antonietta, che continua ancora oggi a promuovere la sua figura e il suo talento.

Vi invito ad ascoltare la sua voce, splendida ed unica e a leggere la sua bibliografia che Bianca Pitzorno ha scritto con rispetto e serietà per Lei.

Franca Furbatto

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ANDIAMO AVANTI

lunedì 18 marzo 2013

Quell’anno a Torino la primavera si faceva desiderare, il tempo era piovoso e la temperatura ancora rigida.  Alle nove di sera le strade erano lucide per la pioggia caduta fino a poche ore prima e una Fiat Ritmo, color giallo-arancio,  sfrecciava lungo i grandi viali che attraversano la città.  A quell’ora il traffico era meno intenso, anche se non del tutto cessato. Le luci, riflettendosi sulle strade bagnate, mandavano bagliori intermittenti.

Francesco, l’uomo alla guida, svoltò in Corso Grosseto fissando ripetutamente lo specchietto retrovisore.  Aveva la sensazione di essere inseguito da un’auto bianca e quando vide il semaforo verde davanti a sé, di proposito, rallentò per scattare improvvisamente al giallo. Guardò nuovamente il retrovisore e vide la stessa Lancia bianca bruciare il semaforo ormai rosso. Un brivido lo scosse, anche se quell’auto mantenne una certa distanza.

Una specie di allerta scattò in Francesco che ricordò quanto il capo del personale gli avesse detto qualche tempo prima: “Ora lei dovrà essere guardingo, capire se è seguito quando  si sposta da e per il lavoro. L’azienda farà il possibile per tutelarla ma lei dovrà metterci molto del suo”.

Tutto era nato da quel processo:  “Neanche fossi un pezzo grosso…” pensò.

In quegli anni nelle grandi fabbriche, specie in quel laboratorio social-politico che era la Fiat di Mirafiori, c’era una vera e propria organizzazione antagonista alla gerarchia aziendale e sindacale. Era diffuso un atteggiamento intimidatorio nei confronti dei capi. Attraverso volantini e manifesti (Dazebao) all’interno delle officine, propagandavano la violenza in fabbrica contro l’organizzazione aziendale “colpirne uno per educarne cento

Questo era lo slogan coniato e sui manifesti erano indicati i nomi e cognomi delle persone da colpire. In Fiat e in altre grandi aziende si erano infiltrate le Brigate Rosse.

Si era creato un clima di tensione sociale, di odio, sfociati nel terrorismo. Non per niente gli anni ’70 e parte degli anni ’80 sono ricordati come gli anni di piombo

Francesco affrontò il cavalcavia e pensò: “Svolterò in Corso Vercelli e lì capirò se sono veramente pedinato”.  Improvvisamente vide davanti a sé le lampeggianti blu della Polizia.  Piazza Rebaudengo era tutta bloccata: ai quattro lati della piazza le camionette della Polizia controllavano i veicoli in transito.

Era uno dei tanti posti di blocco che sovente paralizzavano aree della città per contrastare il terrorismo.

Rallentò accodandosi alla fila.  Gli agenti, dopo un rapido sguardo agli occupanti, invitavano alcune vetture a proseguire, mentre altre erano dirottate nei punti di controllo.

Quando toccò a lui non fu fortunato.  Forse per i suoi trent’anni, l’aria stanca, capelli un po’ lunghi e i baffi che, nonostante la giacca e la cravatta, gli attribuivano un’aria sospetta.

“Scendi dalla macchina” disse, con tono perentorio che non ammetteva repliche, un agente con la pistola in pugno.  “Tira fuori i documenti senza fare movimenti bruschi. Da dove vieni?” continuò trattandolo come fosse un delinquente.

“Arrivo dal lavoro, da Mirafiori”-  “A quest’ora? Scommetto anche che fai il capo-reparto, dicono tutti così”.

Nel frattempo un altro poliziotto si avviò verso la Lancia bianca che si era avvicinata al posto di blocco. Il finestrino si abbassò e parlò con i due occupanti indicando la ritmo giallo-arancio.

Francesco era furioso, le mascelle contratte, l’espressione tirata: Ma come? Non bastava ancora? Ne aveva già avuto molti di problemi quel giorno  anche la Polizia si metteva d’impegno a complicargli la vita.  La rabbia repressa era tanta ma non poteva permettersi di perdere la calma, doveva assolutamente, ancora una volta, controllarsi.

Il poliziotto che si era recato all’auto bianca tornò e parlò con l’agente che aveva la pistola in mano. Fu allora che questo rivolgendosi a Francesco con tono civile e passando dal tu al lei, gli disse “Lei può andare, buonasera” Intanto la Lancia bianca, sgommando, attraversò l’incrociò e se ne andò.

Francesco salì sulla ritmo giallo-arancio, tirò un sospiro di sollievo: aveva capito che non era solo,  altri lo aiutavano .  Ora poteva finalmente tornare a casa, sempre che la benzina lo permettesse. Quella su cui viaggiava era una delle auto che l’azienda aveva messo a disposizione delle persone più a rischio. Scambiando le vetture tra loro avrebbero reso più difficile l’individuazione. Le auto erano intestate all’azienda ma la benzina a carico degli utilizzatori e quando venivano consegnate, il carburante contenuto era sotto il minimo  e  pertanto viaggiavano  a vapore di benzina.

Arrivò a casa, la luce del giardino era spenta, “meno male” pensò, era un segnale prestabilito e stava a indicare che poteva entrare.  Scese dalla macchina e il cane, un grosso pastore tedesco, arrivò puntuale sul cancello. “Buon segno anche questo”. Mentre parcheggiava, Rita, la moglie, lo raggiunse e vedendolo sulla ritmo giallo-arancio gli disse: “ ma che razza di colore ha quest’auto? E’ per non passare inosservato?  Se non ti avessi visto scendere subito avrei acceso la luce nel giardino. Com’è andata oggi?”

Come uomo di solito non era molto loquace, sempre controllato, le parole misurate. A casa raccontava solo in parte quello che stava accadendo, per non creare allarmismi.

Le tensioni però c’erano già, sotterranee, cocenti… era sufficiente accendere la televisione e leggere i giornali. E la sera quando lui rientrava, a Rita bastava cogliere  quell’impercettibile ombra nello sguardo, il sorriso lievemente tirato e conoscendolo, sapendo che tentava di ridimensionare i problemi, le si stringeva il cuore. Non chiedeva nulla per non girare il coltello nella ferita, ma a volte immaginare è peggio che sapere. La certezza dà la dimensione della difficoltà, l’incertezza aumenta l’ansia.

E quando l’ansia si faceva opprimente,  la sua mente cercava conforto in alcuni versi:

Se puoi essere forte senza cessare di essere tenero,  se puoi essere sempre coraggioso e mai imprudente, se puoi conservare il tuo sangue freddo quando tutti lo perdono, allora sarai un uomo”. (R. Kipling)

Queste parole esprimevano l’immagine che aveva del marito e ne era intimamente orgogliosa.

Quella sera Francesco dimostrò un inconsueto fervore. L’aver scoperto che gli davano protezione a distanza, l’aveva rincuorato e gli era tornata la voglia di scherzare.

Le raccontò del posto di blocco, lei lo prese in giro per via dei baffetti da sparviero che gli davano un aspetto ambiguo.

Seduto a tavola per la cena, continuò a narrare gli episodi che aveva vissuto:

Lotta dura senza paura, pagherete tutto, pagherete caro” – “Il corteo avanzava minaccioso nel reparto fermo, poiché ormai era impossibile lavorare. Il fazzoletto rosso copriva i loro visi. Rovesciavano e distruggevano tutto quello che trovavano.

Non dovevo farmi vedere perché oltre ai problemi fisici che avevo già sperimentato, avrei avuto grane anche con la Direzione che dall’altra parte imperava: – “Non vogliamo eroi o teste calde, capito?”

Lei sentì un brivido lungo la schiena. Nonostante i suoi venticinque anni era sufficientemente matura per comprendere i rischi che suo marito doveva quotidianamente affrontare per riuscire a lavorare. La realtà era dura da accettare e  con  fatica  riuscì a  mascherare il nodo in gola che le toglieva l’appetito.

Per tentare di sdrammatizzare, qualche volta di sera, quando la piccola famiglia si  riuniva,  intonavano scherzosamente – Lotta dura senza paura…..- non tenendo conto che la loro bambina, di quattro anni, imparò il ritornello e lo cantò all’asilo. Ci fu un richiamo dalla maestra.

Il racconto proseguì fluido, dettagliato, come se stesse rivivendo quei momenti: “Trovai rifugio nel sottoscala con altri colleghi fino a quando il corteo si allontanò con un altro slogan – Come mai, come mai, sempre in c… agli operai, or che i tempi son cambiati anche in c… agli impiegati.”

Francesco all’epoca era capo-reparto e la sera, dopo il lavoro, frequentava l’università; gli mancavano pochi esami e si sarebbe laureato.

Una sera entrò a Palazzo Nuovo con un amico, studente-lavoratore come lui.

Schiamazzi, discussioni, gruppi di giovani barbuti, disordine ovunque. Loro avevano lezione e decisero di entrare ugualmente.

Attraversato l’atrio, dal fondo, una voce gridò imperiosa:prostituti sociali!

Tutti tacquero.

L’amico, pallido e sottovoce,  disse: “Pensi ce l’abbiamo con noi?”  “Si” rispose Francesco, “ma non voltiamoci,  poi usciremo dal garage”. –

Ostentavano sicurezza, indifferenza, in realtà si sentivano beffati, umiliati, vittime di un’ingiustizia che non meritavano: in fondo volevano fare soltanto il loro dovere.

Alcuni giorni dopo, alle sei del mattino, entrando nell’ufficio del reparto, Francesco trovò i colleghi che con il volto tirato e gli occhi lucidi gli dissero: “Sai, hanno gambizzato Aldo” – “Chi sono stati? I Brigatisti o Prima Linea?” – “Non si sa, erano quattro armati contro uno indifeso. Di sicuro erano dei vigliacchi” – “ Domani toccherà a uno di noi, cosa facciamo?”

Un lavoratore, un amico, uno di loro era stato gravemente ferito nel corpo, loro tutti lo erano nell’anima. L’istinto che incitava alla ribellione fu domato a stento. Alla fine prevalse un radicato buon senso che permise solo di dire: –Andiamo avanti

Erano anch’essi giovani uomini arrabbiati, stanchi di subire vessazioni, avrebbero voluto reagire, ma come? Con gli stessi mezzi utilizzati dai violenti? Qualcuno lo propose ma non faceva parte della loro cultura. E poi cosa sarebbe successo? La guerra civile.

La lotta di classe era diventata una guerra tra poveri: si colpivano altri lavoratori.

Dovevano essere forti, superiori, non cadere nelle provocazioni, perché era esattamente quello che volevano i brigatisti.

Hanno scelto l’altra via, quella democratica. Hanno avuto fiducia in se stessi, nelle istituzioni, nella magistratura, nella pubblica sicurezza, nell’azienda e nel sindacato, quello vero, che nel clima arroventato, violento, venutosi a creare, riuscì a mantenere la fermezza necessaria.

Eloquente il discorso di Luciano Lama nel novembre del 79 che a proposito dei cortei selvaggi disse: “ I capi sono lavoratori come gli altri” – Dovette ripeterlo tre volte per sopraffare le urla degli estremisti.

Ognuno fece la sua parte: i violenti furono denunciati, le forze dell’ordine li arrestarono, l’azienda li licenziò. La magistratura li processò e li condannò.  Francesco, con pochi altri, andò a testimoniare in Tribunale.

Come se non bastasse,  ebbe una visibilità mediatica della quale avrebbe fatto volentieri a meno: “Rivissuta in aula da due capi Fiat la paura di quel giorno di luglio – Ci cacciarono da Mirafiori con spintoni, calci e sputi”,

Questo e altro ancora riportarono i quotidiani di quell’ostico e gelido gennaio del 1980.

Anche la televisione fece la sua parte trasmettendo la testimonianza con primi piani ai quali venivano aggiunti nomi e cognomi: semmai qualcuno, non avendo letto i giornali, avesse avuto qualche dubbio.

I terroristi colpirono duro sopprimendo fisicamente tutti quelli che, secondo la loro ideologia, erano i nemici del popolo. Più di trecento tra morti e feriti. Tra i politici perse la vita Moro, tra i magistrati Alessandrini, tra i giornalisti Casalegno, tra i dirigenti Ghiglieno, tra i sindacalisti Rossa, e ancora tanti altri nomi illustri e no.

Davanti al terrore, altri giovani consapevoli delle responsabilità e dei ruoli che la vita aveva loro assegnato, hanno accettato la sfida continuando a svolgere le loro mansioni con costanza e serietà, senza esitare.  Quelle tormentate esperienze hanno fortificato ancor più i loro caratteri e con determinazione e forza d’animo hanno lottato contro la cultura della morte e hanno vinto.

Oggi i baffi di Francesco sono bianchi, non li ha più tagliati da allora. Molto è cambiato nel frattempo. Il mondo attuale, affastellato di cose, privo di etica, prigioniero di una volgarità che inquina ogni pensiero, non tiene più conto dei valori morali.

I problemi dei nostri giovani sono di natura  diversa ma non per questo meno gravi: Il destino dell’umanità si snoda sempre su strade tortuose.

Anche i nostri ragazzi sapranno superare le difficoltà e crearsi il loro futuro. Noi daremo tutta la solidarietà e tutto il sostegno morale e materiale di cui saremo capaci e di tanto in tanto diremo…andiamo avanti!

Il giorno della memoria – racconto da Una vita segnata – Goti Bauer

lunedì 28 gennaio 2013

Goti Bauer, residente a Fiume, fu arrestata in provincia di Varese con il padre, anziano ed infermo ed il fratello, mentre cercavano di attraversare il confine italo-svizzero; rinchiusa nel campo di Fossoli, venne deportata ad Auschwitz. Fu liberata a Theresienstadt il 9 maggio 1945

Da libro di Goti Bauer, Una vita segnata, in Voci della Shoah, Firenze, 1996.

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” Dicevano che eravamo diretti ad un campo di lavoro; come avremmo potuto credere che dei bimbetti, dei neonati, dei malati servissero a questo scopo? Alle nostre domande non venivano date risposte plausibili; non era importante convincerci, era importante tenerci tranquilli perché non esplodesse il panico .

Eravamo stretti come sardine, più di cinquanta per vagone, ogni giorno più disperati, più rassegnati. Ricordo il ribrezzo per i primi pidocchi che ci trovammo addosso, le cimici intorno. Lo sferragliare del treno copriva i singhiozzi sommessi delle madri, non i pianti disperati dei bimbi. Avevano fame, avevano tanta sete, non avevano il minimo spazio per muoversi. Ricordo la  folle tentazione di fuggire che mi prese ad Ora, prima del Brennero, dove ci fecero scendere per qualche momento. Non osai. Cosa sarebbe successo agli altri, ammesso che vi fossi riuscita? Sì, perché secondo il codice nazista per ogni infrazione non pagava solo il colpevole ma quanti gli stavano intorno .

Il viaggio durò una settimana, la sera del 22 maggio arrivammo a Birkenau .

C’erano  anche le guardie SS con i cani lupo a controllare che tutto funzionasse e che la disciplina fosse rispettata. Quei cani erano addestrati apposta per azzannare i trasgressori.

La mia squadra fu per un certo tempo adibita alla bonifica di terreni paludosi sulle rive della Vistola. Il luogo era a parecchi chilometri da Birkenau: vi andavamo a piedi, in fila per cinque e guai a chi non teneva il passo. Dovevamo prosciugare la zona acquitrinosa, svuotandola a palate dalla melma e riempiendola di ghiaia che altre prigioniere ricavavano macinando pietre in grosse trituratici azionate a mano.

Qualche settimana dopo ci mandarono più lontano, a molti chilometri di distanza da Birkenau. Ci portavano nei camion, dovevamo approntare strutture difensive per l’esercito del “grande Reich”, in vista del fronte russo che si stava avvicinando. Eravamo nell’agosto del 1944 ed era già in atto la ritirata tedesca. Scavavamo trincee, un lavoro pesantissimo che diventava di giorno in giorno più tremendo via via che le condizioni climatiche peggioravano. In Polonia l’autunno e poi l’inverno arrivano molto prima che da noi, per cui al freddo, sotto l’acqua, vestite di stracci, con le SS sul bordo della fossa a controllare che la pala fosse abbastanza piena, era un indescrivibile supplizio. Non ci pensavano due volte ad aizzarti contro il cane e quando succedeva, la malcapitata veniva riportata al campo a braccia e quasi mai sopravviveva. In lontananza vedevamo una bianca casetta di contadini. Sembrava un miraggio, gente vi entrava, gente ne usciva: era la vita. Dal camino saliva un lieve filo di fumo: immaginavi la pentola sulla stufa, la famiglia riunita intorno al desco. Ricordo quella casa come il più grande desiderio che io abbia mai avuto: potervi arrivare, nascondermi, scaldarmi al tepore di quella stufa, passarvi il resto dei miei giorni.

A mezzogiorno c’era una sosta e ci veniva dato un mestolo di zuppa di rape. C’è chi sorseggiava quella brodaglia lentamente per farla durare più a lungo e chi invece la trangugiava in fretta perché non resisteva un minuto di più. Chissà cosa avremmo fatto per averne un altro mezzo mestolo, tanta era la nostra insaziabile fame.”

Pochissime sono le parole che si possono aggiungere al racconto di questa scrittrice, perché sorge in chi legge una profonda tristezza e ci pervade un senso di abbandono e di incredulità. La domanda é sempre la stessa: ” Come può un uomo arrivare a compiere, seppur comandato, efferatezze e violenza su altri individui, negando loro  la dignità di vivere e di morire da esseri umani ?”

Non ci sono risposte, ma soltanto la certezza che questi fatti sono avvenuti, e ancora avvengono, in altre parti del mondo, perpetrati per anni, sistematicamente, frutto di una rigorosa pianificazione da parte  di intere nazioni e uomini accecati da odio e follia, posseduti da un insano senso di supremazia. Sentimenti immondi, dilaganti, accettati e condivisi da alleati, paesi confinanti, grandi nazioni e dalla civiltà moderna, da ognuno di noi. Nient’altro che interessi economici mascherati da odi religiosi e guerre tra fazioni. Genocidi di uomini, donne, bambini e anziani gridano giustizia, rispetto e memoria da parte di noi tutti e delle nuove generazioni, affinchè il loro sacrificio non sia stato vano.

Franca

Un Natale carico di speranza

sabato 29 dicembre 2012

Ho trovato per caso questo racconto su un Natale del 1943 scritto da Miriam Mafai e pubblicato su “La Repubblica” che ci riporta a un tempo di guerra che molti avranno vissuto, mentre per altri vive solo attraverso i racconti dei propri cari. Un Natale da ricordare nel nostro mondo di pace,  di tempi difficili e di sacrifici; rammentiamo coloro che ci hanno preceduto che hanno lottato e combattuto per consegnarci un Italia libera, unita, e responsabile.

(1) Miriam Mafai, diciassette anni nel 1943, su “La Repubblica” del 23 dicembre 2007. E’ nata a Firenze nel 1926 ed è morta a Roma nel 2012. E’ stata giornalista, scrittrice e politica italiana; tra i fondatori della “Repubblica” e per trent’anni compagna di Giancarlo Pajetta, lo storico esponente del Pci.

Un altro Natale triste. A Roma il Comando tedesco ha spostato il coprifuoco di due ore, dalle 19 alle 21. Non c’è stata la messa di mezzanotte. C’è freddo, c’è fame, c’è paura. E il messaggio natalizio di papa Pio XII non rincuora gli animi. Ci si chiede: come andrà a finire?

E’ Natale. Di Natali di guerra ce ne sono stati già tre, ma questo è più triste degli altri, alla fine di un anno pieno di speranze e poi di delusioni, di felicità e poi di sconforto. Non c’è più certezza di niente. La guerra invece di terminare continua. E come andrà a finire? Molti si domandano da che parte stare: dalla parte degli inglesi e degli americani o dalla parte dei tedeschi e dei fascisti? I più hanno scelto di stare dalla parte della democrazia; ma molti hanno scelto, per ora, di stare dalla parte di prima. Non si sa mai. E poi si è più sicuri, con i fascisti che sono tornati e fanno i gradassi, peggio di come hanno fatto per vent’anni. C’è il coprifuoco; non c’è stata la messa di mezzanotte. A messa i fedeli sono andati stamani e il sacerdote ha parlato del messaggio natalizio del papa. E’ un messaggio lunghissimo, una pagina e mezzo dell’”Osservatore Romano’. C’è un sunto sui giornali, ma, a differenza dello scorso anno, il sunto non è brevissimo ed è in prima pagina, non in una pagina interna. Il titolo del “Corriere della sera” è “Non c‘è pace senza giustizia”, il titolo della “Stampa” “Invocazione del papa per la
giustizia dei popoli”. Tutti e due i giornali hanno usato nel titolo la parola “giustizia”; del messaggio del papa hanno ripreso un monito che è un presagio a un mondo non più in guerra. “A Villa Borghese” racconta Miriam Mafai (1) pascolavano le pecore e le aiuole di Roma (anche quella di piazza Venezia) erano state trasformate in miserabili ‘orti di guerra’. Al1e sette di sera scattava il coprifuoco. I portoni delle case si chiudevano. Si  chiudevano le finestre dalle quali non doveva trapelare nemmeno una lama di luce. Le strade erano buie e deserte. Dopo le sette di sera potevano circolare soltanto i militari, fascisti o tedeschi, e i civili che avessero un permesso speciale, i tipografi, i medici, gli infermieri. “Ma per Natale ci fu una novità. Il comando tedesco ordinò lo spostamento del coprifuoco dalle sette alle nove di sera. Per tre giorni, 24, 25 e 26 dicembre, avremmo potuto godere di due ore di libertà in più. E noi ci godemmo  quelle due ore di libertà in più andando alla ricerca di carrube e mosciarelle (le castagne secche che potevano essere masticate per ore), che avrebbero sostituito
sulla tavola natalizia i dolci di una volta. “La casa che l’amico collezionista ci aveva affidato era grande e bene arredata, conservava il ricordo di lontane feste e ricevimenti ai quali noi non avevamo partecipato. E all’improvviso ci venne in mente di festeggiare il nostro Natale del 1943. Chiamando a raccolta, per quella sera, i nostri amici più cari. Nonostante il freddo, la fame, la paura. Mia madre venne convinta a
sacrificare, per l’occasione, un mastello di marmellata gelosamente conservato da tempo immemorabile. Le patate, nascoste da me in cantina, avevano messo i germogli e passammo un intero pomeriggio a ripulirle.

La cena, decidemmo, doveva essere una vera cena, alla quale tutti avrebbero contribuito portando qualcosa: un mezzo chilo di pasta, una mezza bottiglia d’olio, una scatola di pomodori. Delle arance. Del pane. Del formaggio. E vino, in abbondanza. E cena fu, come avevamo deciso. “Non ricordo se mia madre accese anche quell’ anno il candelabro a nove braccia che era stato del padre rabbino a Kowno. Ma ricordo la nostra allegria, la sicurezza con la quale tutti, un po’ ubriachi; brindammo abbracciandoci all’ultimo Natale di guerra. Non era solo una speranza. Eravamo sicuri che l’anno successivo non ci sarebbero stati più tedeschi a Roma. Era la nostra
scommessa di adolescenti, impegnati da mesi a distribuire giornaletti clandestini e a scrivere di nascosto sui muri «abbasso i tedeschi». Ed eravamo sicuri di avere ragione, sicuri che alla fine avremmo vinto noi. Eravamo giovani… Il più vecchio tra noi, Maurizio Ferrara, aveva ventidue anni. E aveva appena compiuto i vent’anni Maria Antonietta Macciocchi, responsabile delle donne comuniste dalla nostra zona, che mi aveva ordinato «se ti fermano mentre hai l’Unità in borsa, devi mangiarla anni, aveva avuto il compito di cucire, per il giorno della liberazione, una quantità di coccarde
tricolori. La Resistenza era per noi un’ avventura, un gioco, una sfida. Dalla quale eravamo sicuri di uscire vincitori (la bella sicurezza di essere nel giusto che pian piano, negli anni della maturità, avremmo perduto).
“Così un Natale di freddo, di fame, di paura si trasformò (e tale è rimasto nella mia memoria) nel più bel Natale della mia vita, di amicizia; di festa e di speranza. All’alba, appena possibile, uscimmo tutti assieme. Arrivammo fino al Pincio. Faceva un gran freddo e i nostri cappotti erano miserabili. Sotto di noi la piazza era vuota. Eravamo ubriachi e felici. Sicuri di avercela fatta. E, dopotutto, avevamo ragione. Su quella piazza, solo qualche mese dopo, vedemmo arrivare i primi carri armati inglesi e americani”.

Franca.

18-08-1937

mercoledì 25 aprile 2012

Articolo pubblicato dal numero unico stampato nel 1946 in occasione dei festeggiamenti per l’elevazione di Monsignor Gili a Vescovo di Cesena sull’epoca della seconda guerra mondiale quando era vicario a Volpiano.

Monsignor Gili e la guerra

La guerra l’abbiamo sentita a Volpiano nel richiamo alle armi dei figli migliori, nell’esodo dalla città di migliaia di persone in cerca di un riparo, nelle vittime e nei soprusi. Ed anche Monsignor Gili subì i danni e le ingiurie della guerra. Dopo aver aperto, con la stessa casa parrocchiale, i locali di tutte le associazioni a quanti cercavano affannati un’abitazione,si vide negli ultimi tempi occupati ancora quelle poche stanze che costituivano lo stretto necessario per la vita dei suoi giovani dell’azione cattolica. Il 12 febbraio 1945 entravano infatti i reparti della folgore di stanza a Volpiano e il 13 seguente, per ultime ingiuria, tutti i mobili della sede venivano gettati dalla finestra nel cortile sottostante. Data di un increscioso ricordo nella storia dell’associazione San Guglielmo. Anche i locali del salone parrocchiale erano già stati requisiti fin dal novembre 1944 dagli stessi elementi che ne gestivano il cinema. Ma altri episodi ben più importanti si devono inserire nella storia di Volpiano.

Chi non ricorda la domenica triste del rosario 1 ottobre 1944? Potevano essere le 13.15 quando tutto il paese tranquillo nella pace meridiana viene invaso dalle truppe repubblicane. D’improvviso in casa parrocchiale ci si trova dinanzi il colonnello B. che arma in mano impone al vicario di ritenersi come ostaggio. Bloccato il paese da ogni parte, passa soldataglia per ogni casa e con lanci di bombe a mano e spari di moschetto, forzava tutti gli uomini a radunarsi nella piazza antistante la chiesa. Ogni uomo deve presentare i propri documenti e dichiarare la propria posizione. Con Monsignor Gili sono scelte a caso altre sette persone che si vogliono indiziare come favorevoli ai partigiani.  Che era successo? Un tenente della g.n.r., certo D. era stato fatto prigioniero dai partigiani presso la cascina San Giorgio in quel di Settimo, e la macchina che l’aveva prelevato era stata inseguita sino a Volpiano dove era stata persa di vista. Dunque, si diceva, l’ufficiale deve trovarsi a Volpiano e doveva ad ogni costo  restituirsi nel termine di quarantott’ore, pena l’incendio del paese e rappresaglie sugli ostaggi. Contro la prepotenza non valgono ragioni. Inutili le lacrime di quanti si vedono privati dei loro cari. Dopo una perquisizione minuta nei locali della parrocchia, gli ostaggi sono fatti salire su un autocarro, il vicario fra una scorta armata prende posto sulla macchina del comandante della spedizione, e si parte per Settimo per rinnovare altri soprusi e altri pianti. La sorte di Settimo si accomunava così a quella di Volpiano. Mentre colà si rinnovarono le stesse scene di Volpiano Monsignor Gili, guardato a vista, poteva amministrare il sacramento della penitenza ad uno di quegli stessi ufficiali. E la dolorosa comitiva s’ingrossa e raggiunge a Torino la caserma Valdocco per venire al mattino definitivamente internati nella caserma Cavalli. Lasciato libero sulla parola, il vicario potrà ogni giorno celebrare la messa nella chiesa di San Secondo per poi ritornare con i suoi compagni di sventura. Intanto a Volpiano si prende contatto con i partigiani della zona e si viene a conoscere che il tenente D, era stato condotto a San Giorgio Canavese. Ci si procura perciò un primo abboccamento nella parrocchia di San Benigno col comandante M. che è disposto a porre in libertà il ricercato dietro rilascio dei partigiani prigionieri. A Torino non si accetta lo  scambio ma si pretende la consegna dietro la semplice liberazione degli ostaggi. Nuovo ultimatum con minacce di più severe misure. E l’aspettativa si fa più ansiosa e trepidante. Dopo sei giorni di incertezze e di angosce, tra ultimati e dilazioni, dopo insistenze e promesse viene liberato presso San Giusto in un’imboscata tesa dai suoi ai partigiani dai quali, per tener fede alla parola data veniva condotto nel luogo convenuto per essere consegnato. Così nel pomeriggio del venerdì gli ostaggi di Settimo e di Volpiano potevano trionfalmente ritornare alle loro case.

Lunedì 9 ottobre 1944.

Al mattino nella nostra chiesa funzione di ringraziamento per l’avvenuta liberazione. La popolazione interviene affollatissima per dare una prova di stima e affetto verso il suo pastore. Ma nel pomeriggio della stessa giornata incominciano ad affluire a Volpiano truppe tedesche che si stabiliscono nei locali delle associazioni e nelle scuole. Per prima cosa Monsignor Gili è nuovamente trattenuto come ostaggio insieme ad altri cinque internati in una stanza del comune ma i tedeschi si fermano fortunatamente poco a Volpiano e questa seconda prigionia dura soltanto sino alla sera di martedì 10 ottobre. Quando le truppe lasciano il paese tutti i fermati vengono rilasciati in libertà al mattino.

Domenica 29 aprile 1945

Quando si parla di capitolazione e tutto il paese è imbandierato a festa comincia sin dal mattino l’invasione delle forze tedesche  in ritirata. Il comando si accampa a Villa Alpis. Alle ore 11 Monsignor Gili è chiamato dai partigiani al ponte Bendola perché lo vogliono invitare a trattare la resa. Quando arriva al posto indicato non trova più nessuno. Alle ore 14 vengono fermati sulla strada Cebrosa, provenienti da Torino, cinque partigiani. Si tratta con i tedeschi che esigono un forte quantitativo di cibarie per la loro libertà. La popolazione si unisce al vicario per procurare quanto è richiesto. Alle ore 16 mentre Monsignor Gili sta per salire sul pulpito per la solita istruzione viene nuovamente chiamato al comando tedesco che vuole in serata 50 biciclette sotto minaccia di incendiare il paese se non sono immediatamente consegnate Si discute e si addiviene a più miti consigli. Verso le 17.30  nuova chiamata del parroco soltanto perché raccomandi a tutti di non usare rappresaglie contro le truppe in fuga. Alle ore 20 vengono portati in casa parrocchiale i cinque partigiani arrestati in giornata perché siano custoditi sino al mattino seguente. Continua per tutto il lunedì il transito dei tedeschi in ritirata, i vari comandi si stabiliscono a turni diversi in casa parrocchiale ove il viavai si sussegue ininterrotto fino al pomeriggio del martedì. Verso le ore 20.30 di questo stesso giorno due forti detonazioni a breve scadenza annunziavano che i tedeschi si erano tagliati la ritirata facendo saltare i ponti del Malone e dell’Orco.

E così la miseranda storia ebbe fine.

Da “Testo unico” – Tipografia Maccone presso biblioteca “Terra di Guglielmo”.

Franca Furbatto

Gli argenti esposti a Palazzo Madama

martedì 27 marzo 2012

Una visita agli argenti, esposti a Palazzo Madama dal 16 marzo, rievoca una pagina di storia italiana di alto profilo internazionale, forse, per una gran parte di noi, abbastanza sconosciuta. L’articolo è un po’ lungo, e di questo chiedo scusa, ma vale davvero la pena leggerlo fino in fondo.

Facciamo un passo indietro nel tempo di 150 anni più uno: siamo nel 1861 e questa volta non parliamo dell’Italia, ma degli Stati Uniti d’America. Sì perché mentre in Italia si completava l’unione della Penisola, negli Stati Uniti scoppiava la guerra di secessione tra gli stati del Nord (Unionisti o yankee) e quelli del Sud (Confederati o dixie).

Quale nesso lega i due avvenimenti?

Riavvolgiamo ancora il film della storia fino ad arrivare intorno al 1830: in quegli anni nacquero, negli stati del nord dell’Unione, i primi segnali volti all’abolizione dello schiavismo. Gli stati del nord, infatti, avevano una vocazione industriale e ottime infrastrutture ferroviarie per i trasporti, mentre quelli del sud, aristocratici e militaristi, fondavano la loro economia sulla coltivazione del cotone con manodopera schiavista e sul commercio navale del prodotto.

Queste idee antischiaviste si coagularono nel 1854 con la nascita del Partito Repubblicano che ne adottò la politica: il suo candidato, Abramo Lincoln, il 6 novembre 1860 venne eletto presidente.

La nostra storia comincia proprio l’anno successivo, nel 1861: questa data diventerà molto importante per l’apprezzamento finale dell’intera storia.

Molti revisionisti non sono più totalmente d’accordo sul casus belli, ovvero che il motivo scatenante sia stato solo l’abrogazione dello schiavismo su cui si fondava l’economia del sud e la ricchezza dei proprietari terrieri, tuttavia, allo stato attuale delle conoscenze storiche, si fa risalire proprio a questo fatto la nascita del conflitto.

Elemento cruciale da segnalare in questo contesto è la proclamata neutralità della Gran Bretagna, che, se pure era antischiavista, forse intravedeva nel Nord un emergente attore economico e politico di primo piano. Temendo forse una diminutio del proprio ruolo sullo scacchiere internazionale, parteggiò per i Confederati fornendo loro supporto tattico e logistico nei porti ancora sotto il suo controllo: qui infatti venivano trasformate le navi dei sudisti in vascelli da corsa: una di queste navi corsare si chiamava Alabama.

Com’è noto, vinse il Nord e nel 1865 si pose fine alle ostilità.

Tuttavia gli Stati Uniti reclamarono nei confronti della Gran Bretagna (ufficialmente neutrale, ancora una volta è da sottolineare)  soddisfazione dei danni che queste navi corsare, in particolare l’Alabama, avevano loro causato durante il conflitto. La tensione saliva anno dopo anno e uno scenario di guerra era ormai tangibilmente alle porte. Nel 1871 si risolse di affidare la soluzione del lodo ad un tribunale arbitrale composto da cinque giudici: due sarebbero stati nominati rispettivamente dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna,uno per parte, e gli altri tre scelti tra altre potenze internazionali.

Il primo, al quale fu richiesto un giudice, fu il Re Vittorio Emanuele II°! L’Italia non aveva che dieci anni di vita, sicuramente altri Stati sovrani avrebbero potuto avere maggiori chanche per essere scelti, tuttavia tale era il nostro prestigio a livello internazionale: la scelta del re cadde sul conte Federico Sclopis.

Gli altri due membri sarebbero stati forniti dalla Confederazione Elvetica dove si sarebbe insediato il tribunale e cui s’immaginava affidare la presidenza dei lavori, l’altro membro sarebbe stato indicato dall’Imperatore del Brasile.

Alla prima seduta le due parti in causa risolsero, all’unanimità, di affidare la presidenza al conte torinese: ecco quale era la statura internazionale di quell’uomo. L’anno successivo fu votata la sentenza (con la sola astensione – peraltro motivata con grande garbo e profondo rispetto – del membro inglese) che obbligava la Gran Bretagna a risarcire gli Stati dell’Unione con 15 milioni di dollari-oro dell’epoca!

Pur condannati al pagamento di un importo di così grande dimensione finanziaria, anche lo stesso esponente del governo di Sua Maestà britannica, unitamente al mondo politico internazionale, convenne sull’estrema chiarezza, la precisione e il rigore delle argomentazioni apportate.

Gli argenti del servizio Tiffany, opera di Eugène Soligny, esposti a Palazzo Madama, e con questo ritorniamo all’inizio della nostra storia, sono il ringraziamento da parte del Governo degli Stati Uniti all’altissimo profilo del nostro conte Sclopis. Anche la regina Vittoria apprezzò allo stesso modo “la dignità, dottrina, abilità e imparzialità con cui eseguì a Ginevra i suoi ardui incarichi” e   donò una fioriera degli argentieri londinesi Garrard, fornitori di corte.

Gli “Alabama Claims” ancora oggi vengono considerati un fondamento nel diritto internazionale orientato alla soluzione giudiziaria delle controversie internazionali, e sono codificati nella Carta dell’Onu. Il favore verso l’arbitrato crebbe progressivamente nel tempo. Dopo  una prima costituzione di una Corte permanente di arbitrato, si andò verso l’istituzionalizzazione al più elevato grado, realizzando la Corte internazionale di giustizia. La Corte dell’Aja è anch’essa, in misura rilevante, figlia dell’arbitrato del conte Sclopis.

Questi sono i personaggi che ci devono far andare fieri di essere Italiani.

Luciano Garombo