Archivio della Categoria 'Storia'

Un imprenditore illuminato: Francesco Cirio

domenica 14 febbraio 2016

Francesco Cirio

 

 

 

   

 

 

 

 

Tutti conoscono i pelati e le conserve Cirio, ma molti associano questo marchio ad origini napoletane…. In realtà Francesco Cirio, fondatore dell’omonina azienda, era nato a Nizza Monferrato il 25 dicembre 1836, da famiglia di umili origini. Il padre,commerciante, intraprese diverse attività, spostandosi ben presto da Nizza. Dapprima gestì un emporio di pane,pasta, olio, con annesso macello. Ma causa recessione si trasferirono ad Alessandria dove partecipò alla costruzione della cittadella. Francesco a soli 11 anni, pur non avendo studiato, sviluppò ben presto un innato senso per gli affari, dopo vari spostamenti, approdò con suo fratello a Torino, a Porta Palazzo, che allora era il mercato alimentare più grande d’Europa. Francesco comprava prodotti ortofrutticoli la sera prima della chiusura del mercato a prezzi ribassati e poi con le ceste prima e il carretto poi, li andava a rivendere direttamente nelle abitazioni dei clienti nelle zone periferiche della città. A fronte della crescente domanda europea di primizie italiane, il Cirio seppe trovare una risposta non solo al problema sollevato oltralpe, ma anche all’esigenza di conservare gli alimenti per consumarli poi nella stagione fredda ed inclemente. Nel 1856 prese in affitto un locale in Via Borgo Dora 34, dove fece installare un camino contenente due caldaie. Qui, basandosi solo sull’evidenza della prova pratica, pervenne infine ad un metodo efficace per conservare i piselli. A dire il vero Francesco Cirio non scoprì nulla, fu Nicolas Appert che nel 1795 inventò il procedimento chiamato poi appertizzazione in suo onore. Il merito attribuibile a Cirio è semmai quello associato all’immagine del pioniere, alla figura dell’uomo che fece nascere l’industria conserviera in Italia.
Da quel momento, la strada per la produzione industriale di alimenti in scatola era avviata. Venne aperto il primo stabilimento Cirio a Torino. In breve tempo ai piselli vennero affiancati altri prodotti fino ad arrivare al pomodoro, un caposaldo della cultura alimentare mediterranea, l’ortaggio che più di altri si legò al nome dell’azienda, quasi sovrapponendosi ad essa: il pelato Cirio. Con la presentazione dei suoi prodotti alla fiera internazione di Parigi nel 1867, Cirio, sancì il successo dell’industria conserviera italiana nel mondo. Seguirono aperture all’estero: a Berlino, Londra, Liverpool, Sydney, Bruxelles e molte altre città. Tuttavia Francesco Cirio non volle operare in un’unica direzione, ma grazie alla sua energia diede vita a nuove attività imprenditoriali. Fu infatti esportatore di uova, imprenditore agricolo in società col Principe Enrico d’Olanda, coltivatore di tabacco in provincia di Lecce e pioniere ante litteram nella bonifica dell’Agro pontino. Negli anni che culminarono con la sua morte, avvenuta a Roma all’alba del 1900, una serie di operazioni finanziarie sbagliate causarono un grave dissesto al suo patrimonio. Forse Francesco Cirio, figlio di un’Italia rurale e privo di una moderna cultura d’impresa, si avventurò in territori a lui sconosciuti, confidando in un istinto che non fu sufficiente a sottrarlo alla sconfitta.
In ogni caso, due avvenimenti di rilievo segnarono il periodo immediatamente a ridosso della morte di Francesco Cirio, lo spostamento della Ditta Cirio-Società Generale Conserve Alimentari da Torino a San Giovanni a Teduccio, vicino a Napoli e il passaggio del pacchetto azionario di maggioranza alla famiglia Signorini.
Francesco Cirio e’ sepolto nel Cimitero monumentale di Torino.

Franca Furbatto

Cappella San Grato – Volpiano

martedì 22 settembre 2015

CAPPELLA SAN GRATO 2015 – VOLPIANO

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Non tutti sanno che Mattia sostituì Giuda Iscariota, dopo la morte di Gesù, diventando così il tredicesimo apostolo. Non venne nominato per doti o meriti particolari, la sua scelta fu ristretta, dall’allora comunità cristiana a due nominativi: Giuseppe detto Barsabba e Mattia.
Dopo l’Ascensione al cielo di Gesù risorto, la prima comunità cristiana formata da circa centoventi persone si pose il problema, sollevato da Pietro durante una riunione, di individuare, come suggerivano le scritture un tredicesimo apostolo. I requisiti richiesti erano quelli di aver vissuto con Gesù e i discepoli, sin dal suo Battesimo, sulle rive del Giordano, essere parte della comunità, aver condiviso tutte le tappe della vita di Gesù fino alla sua morte e resurrezione.
Conosciamo dagli Atti degli Apostoli (1, 21) la preghiera rivolta a Dio per guidare la scelta del nuovo apostolo tra i due nominativi prescelti:
«Tu, Signore, che conosci il cuore di tutti, mostra quale di questi due tu hai scelto per prendere il posto in questo ministero e apostolato, che Giuda ha abbandonato per andarsene al posto che gli spettava». Tirarono a sorte fra loro e la sorte cadde su Mattia, che fu associato agli undici apostoli.”
E la sorte indicò Mattia. Fu Dio a volerlo.
Poi la Bibbia non ci racconta più nulla di Lui, anche le vecchie tradizioni popolari, che tanto hanno narrato su altri apostoli, tacciono. Mattia, il cui nome in ebraico significa “dono di Dio” é stato con Gesù dalla prima ora, non per chiamata come Pietro e altri, ma per scelta personale, secondo il disegno di Dio, per essere testimone della vita di Gesù nel mondo. Sarà testimone perché c’era: ha assistito a tutti gli avvenimenti importanti della vita di Gesù, ha vissuto con Lui, l’ha seguito fino alla morte e resurrezione. Dopo la Pentecoste inizia a predicare , secondo Niceforo, dalla Giudea si spinge in Etiopia e lì sarebbe morto crocifisso; altri dicono che abbia diffuso il Vangelo tra i barbari in Etiopia fino alla foce del fiume Isso, per poi morire a Sebastopoli dove sarebbe stato sepolto vicino al Tempio del Sole. Per altri ancora é morto lapidato a Gerusalemme dagli ebrei e quindi decapitato. Non esiste una documentazione storica certa, ma molti concordano nel dirlo martire. La tradizione ce lo tramanda come un uomo anziano che regge un’ascia, simbolo del martirio. Le sue reliquie si troverebbero a Roma, in Santa Maria Maggiore portate da Santa Elena, madre di Costantino. Ma anche qui ci sono dei pareri discordi che affermano che le reliquie apparterebbero a San Mattia martire, vescovo di Gerusalemme, intorno all’anno 120 d.C.
Vi ho parlato di Mattia perché ho ritrovato la sua immagine nella schiera degli apostoli dipinti nella cappella di San Grato a Volpiano, nel nostro paese. Sul fondo della cappella é affrescata la scena dell’Assunzione al cielo della Vergine Maria, che regge il figlioletto, sulla destra e sulla sinistra sono dipinti gli apostoli, accompagnati dalla loro simbologia: il bue, l’aquila, il leone… e sulla sinistra c’é anche Mattia che regge sulle spalle un’ascia. Chissà se fu la committenza, non identificata, che volle questa raffigurazione o fu una giusta interpretazione del pittore, tenuto conto che si tratta dell’Assunzione al cielo di Maria, post mortem di Gesù e che quindi Giuda non c’era più, ma Mattia era presente, discreto e fedele testimone.
Sulla destra entrando, quasi ai piedi della Madonna c’é l’immagine di San Grato, al quale la Cappella é dedicata, vestito da vescovo, accanto al pozzo, dove secondo la tradizione avrebbe ritrovato la testa di San Giovanni Battista, che regge su un braccio.
Le notizie storiche fondate, dicono che s. Grato era un sacerdote che collaborava con Eustasio, primo vescovo di Aosta, da taluni ritenuto santo; ambedue erano di origine greca come fa intendere il nome del vescovo, probabilmente il più anziano dei due Eustasio, chiamò presso di sé il più giovane Grato.
Si ritiene che ambedue abbiano ricevuto successivamente, educazione e formazione ecclesiastica, nel celebre cenobio fondato da s. Eusebio da Vercelli († 371), il grande vescovo che al ritorno dall’esilio in Oriente, impostagli dall’imperatore Costanzo, volle trapiantare nella sua diocesi il monachesimo.
In un anno imprecisato, ma certamente dopo il 451, anno in cui Grato partecipò al Concilio di Milano, in vece di Eustasio, a seguito della morte di quest’ultimo, Grato gli successe alla guida della giovane diocesi valdostana di Aosta, divenendone il secondo vescovo. Non si conosce l’anno della sua morte, ma il giorno della sua sepoltura il sette settembre, giorno in cui viene celebrata la sua festa.
Domenica ho assistito alla messa, celebrata da Don Claudio e Don Valerio, presso la tensostruttura adiacente alla chiesetta di San Grato e ho avuto modo di ammirare la Cappella. Grazie pertanto a tutti coloro che con impegno e sacrifici si occupano della stessa, mantenendola linda e accogliente e permettendo così a tutti noi di visitarla e assistere alle funzioni in occasione della festa sempre attesa e sentita.

Franca 1 settembre 2015

La chiesetta di Piedigrotta a Pizzo Calabro

giovedì 23 luglio 2015

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La chiesetta di Piedigrotta in località “La Madonnella” a un chilometro a nord di Pizzo calabro é considerata la massima espressione dell’arte religiosa popolare del Sud Italia. E’ interamente scavata nel tufo, sia le pareti che il pavimento, che i gruppi scultorei realizzati. La visita migliore é consigliata verso il tramonto nei mesi caldi, quando la luce filtra attraverso la grotta e raggiunge gli anfratti più nascosti.
La leggenda ci parla di una forte tempesta di mare alla fine del ’600, che fece naufragare un veliero, scaraventandolo sulla spiaggia. I marinai, tutti di Torre del Greco, fecero voto alla Madonna di Piedigrotta, che avrebbero fatto costruire una cappella in suo onore, se si fossero salvati. La nave andò perduta, ma i marinai si salvarono e con essi il quadro della Madonnina di Piedigrotta che si trovava nella cabina del comandante. Allora i marinai scavarono una buca nella roccia e deposero l’immagine sacra, in attesa di potere tener fede al loro voto. Gli abitanti del posto trovarono l’immagine e temendo che venisse danneggiata dal mare la portarono in una grotta poco distante. Una marreggiata successiva inondò la grotta e l’immagine della Madonna sembrava perduta, sennonchè venne trovata sulla spiaggia del primo naufragio della nave. A questo punto i pescatori realizzarono la costruzione di una cappella dedicata alla Madonna di Piedigrotta con un altare e vi deposero la Sacra immagine. Per duecento anni la chiesetta fu questa cappella, venne costruita anche una piccola torre e depositata la campana della nave del naufragio, datata 1632. Tra la fine dell’800 e l’inizio del 900 Angelo Barone, affascinato da questi racconti, abitante di Pizzo, titolare di una cartoleria nel paese, decise che doveva in qualche modo contribuire alla valorizzazione di questa cappella e così senza che nessuno gliel’avesse chiesto cominciò a trascorrere il suo tempo libero prima e poi tutta la giornata, spesso anche la notte nella grotta, scavando con pala e piccone, da solo per anni. Riuscì a scavare la grotta centrale e due laterali, lasciando qualche blocco qua e là per la realizzazione di gruppi scultorei e statue, che nel tempo, anno dopo anno realizzò. Riuscì a scolpire una natività con presepe, la pesca miracolosa e scene e vita di Santi. Si fermò nel 1915, anno della sua morte, consumato dalla fatica. Si racconta che la campana della chiesetta suonò lenta i suoi rintocchi per tutta l’agonia dell’artista, senza che nessuno l’avesse attivata. Tacque solo con la sua morte. Il figlio Alfonso, fotografo, raccolse il testimone e continuò la sua opera, realizzando ulteriori gruppi scultorei, come San Giorgio che uccide il drago, una messa con l’interno di una chiesa, l’altare, i fedeli, il sacerdote a dimensioni umane. L’opera di Alfonso durò quarant’anni, purtroppo alla sua morte nessuno raccolse i suoi arnesi. Solo nel 1969, un nipote dei due, Giorgio Barone, di ritorno dal Canada, eseguì alcuni restauri alle statue esistenti e realizzò due medaglioni raffiguranti Papa Giovanni XXIII e Kennedy. Da allora la chiesetta è stata affidata alle cure di un pescatore del posto, che però non è un artista e poco può fare contro l’opera corrosiva della salsedine. Nella ricorrenza del 2 luglio viene celebrata la Santa Messa, in onore della Madonna delle Grazie. Molti sono i visitatori che tutti gli anni si recano a visitarla e restano estasiati di fronte a tanto lavoro , frutto di fede e fatica. Tutto ciò mi ha fatto riflettere, dopo aver visitato a mia volta la chiesetta, sulla passione e l’amore che ha guidato la mano, la mente e il cuore di Angelo e Alfonso Barone, e anche del loro nipote. Non si trattava di prospettive di guadagno o di prestigio personale. Sono state vite dedicate alla realizzazione di un progetto che ha assorbito totalmente le loro esistenze. Un’opera, la loro, grandiosa, realizzata non in marmo, ma con materiale semplice: il tufo, semplice come le loro vite, volte a valorizzare ed interpretare la loro personale testimonianza di fede a beneficio di tutti quelli che nel tempo avrebbero potuto ammirare estasiati il loro lavoro. Quanti posti magnifici, con storie affascinanti ci offre la nostra splendida penisola, se solo sapessimo valorizzarli.

Franca

La seta del mare: il bisso

giovedì 2 luglio 2015

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Questa fibra, simile alla seta, è un filo sottile, bruno, dorato, costituita da filamenti prodotti da una particolare ghiandola di alcuni molluschi bivalve che li utilizzano per attaccarsi ai fondali marini. Dal bisso si ottengono tessuti finissimi e molto morbidi.
Il Bisso fu indossato fin dall’antichità dai faraoni dell’antico Egitto, è citato nella Bibbia e si narra che lo stesso Re Salomone non potesse farne a meno.
Nel 1300 la sua lavorazione arcaica e difficoltosa, con la diffusione della seta sui mercati mediterranei, si era già ridotta ad una piccola forma di artigianato familiare e praticato in Sardegna, in Sicilia e soprattutto nella zona di Taranto.
Oggi la pinna nobilis, mollusco di grosse proporzioni che può arrivare a un metro di lunghezza, è considerata a rischio estinzione, a causa della pesca indiscriminata, dell’inquinamento e della diminuzione delle aree dove cresce.
Il bisso inoltre aveva spiccate proprietà terapeutiche ben conosciute dai pescatori in quanto grazie alla sua potente proprietà emostatica era usato per la medicazione delle ferite che i pescatori frequentemente si procuravano con gli arnesi da pesca.

Durante le estati della mia giovinezza, appena finite le scuole, mia madre teneva in serbo per me e mia sorella dei lavoretti manuali, delle tovagliette in lino o asciugamani che ricamavamo a punto croce, a punto erba, a punto pieno…. Quando andavamo ad acquistare il tessuto per fare le tovagliette, ci recavamo nei negozi specializzati, le telerie che vendevano tessuti in lino, misto lino, bisso, organza, cotone, batista…..Ero affascinata dal modo in cui la venditrice scorreva le tele sul bancone, per farne toccare la consistenza e per vederne la trama. Il bisso era un tessuto finissimo, quasi trasparente, dedicato alle ricamatrici più esperte. Aveva un costo elevato e veniva trattato con la massima cura e riguardo…..
Ora cinquant’anni dopo scopro che é una fibra quasi invisibile, senza peso, prodotta da un mollusco in via di estinzione, la Pinna Nobilis, presente solo più in Sardegna, a Sant’Antioco e che la Signora Chiara Vigo (sessant’anni), abitante dell’isola é l’unica persona al mondo in grado di lavorare questa materia filamentosa. Dopo vari processi di dissalazione e cardatura la trasforma nel prezioso tessuto. La seta del mare viene chiamata. Nelle notti di maggio Chiara raggiunge i fondali senza tuta o maschera , nè bombole. Ha con sè solo un paio di occhialini, una tuta di lino e un bisturi. In un mese di immersioni raccoglie tre etti di prodotto che diventeranno diciotto metri di filo ritorto. Ha iniziato il suo apprendistato a cinque anni da sua nonna che le ha trasmesso l’arte e le conoscenze di un Maestro. Era predestinata a diventare quella che é ora….una Maestra, portatrice di un bagaglio di conoscenze e di una gravosa eredità, in quanto unica depositaria al mondo di queste conoscenze, che cerca di tramandare alle sue allieve, Ma oltre alle tecniche materiali, insegna anche a preservare virtù che oggi si stanno perdendo: il rispetto, la generosità, la dedizione, l’amore per la natura e per il mare.Con il giuramento dell’acqua, quando é diventata Maestra, Chiara oltre ad apprendere il sapere della sua nonna, ha rinunciato ad arricchirsi con il suo lavoro. Secondo il libro dell’Esodo, il bisso é sacro, non si può vendere né comprare, ma solo regalare o ricevere in dono.
Una bellissima storia, protagonista una donna non comune, che racchiude in sè la saggezza, i gesti, la manualità, lo stile di vita, le tradizioni di secoli e di popoli diversi, patrimonio inestimabile della nostra Italia che ho voluto condividere con Voi a beneficio delle future generazioni.

Franca

Impossibile dimenticare

domenica 3 maggio 2015

Con la ricorrenza del 25 aprile, ho scritto l’articolo di seguito, grazie alla testimonianza di Michele, un amico di Cumiana. Erano anni che volevo raccontare questa triste storia e proprio da Lui é arrivato lo spunto, come leggerete. Ho avuto anche il piacere di vedere pubblicato l’articolo su Torino Sette – La Stampa il 1 maggio di quest’anno. Avrei piacere di condividerlo con Voi, in quanto avvenimenti e fatti come quello che ho raccontato purtroppo sono tristemente conosciuti…….

Cumiana bruciata

Ho visto Michele sofferente, confuso, lo conosco da anni: é sempre stato vitale, spiritoso, ma questa brutta caduta, unita al trascorrere degli anni, ha influito sul suo umore. Solo in un’altra occasione l’avevo visto visibilmente commosso. Si trattava di parecchi anni fa, era la domenica delle Palme del 2001 e noi ci trovavamo a Cumiana all’uscita dalla messa festiva. Le campane suonavano a festa, i fedeli si riversavano sul sagrato antistante, mentre si udivano in piazza le voci di un altoparlante e la banda che suonava l’inno nazionale. Intorno la primavera annunciava il suo arrivo inviando teneri inviti, a cui la natura, il cielo, le persone rispondevano, a modo loro, con rinnovata energia e vitalità.
Ci aspettavano per pranzo a casa di Siria e Claudio, per cui non seguimmo la folla che si dirigeva verso la piazza, antistante il Comune. Si udiva il suono della fanfara, c’era aria di festa, ma ci recammo direttamente a casa dei miei cognati. Una volta giunti, trovammo tutti riuniti, mancava solo Michele, perché era in corso una importante commemorazione in piazza: ricorreva l’anniversario dell’eccidio del 1944, perpetrato a Cumiana, ad opera dei tedeschi e dei fascisti presenti sul territorio. Non essendo, del paese, ignoravamo questo grave episodio avvenuto durante la seconda guerra mondiale e per questo, volevamo saperne di più. A quel punto Olga, la moglie di Michele, incominciò a raccontare……
“Era il primo aprile del 1944 e in piazza Vecchia, a Cumiana, avvenne uno scontro verso mezzogiorno, tra i partigiani della Val Sangone e il VII battaglione Milizia Armata SS Italiana di scorta ad un convoglio di approvvigionamenti. Ci furono vittime tra i nazifascisti e due ragazzi tra i partigiani. Questi ultimi però fecero prigionieri trentaquattro soldati: due sottoufficiali tedeschi e trentadue SS italiani e li portarono a Forno di Coazze.
Verso le 14 del pomeriggio arrivarono in paese colonne di tedeschi e fascisti, informati dell’accaduto e procedettero ad un vasto rastrellamento tra la popolazione, perquisendo ogni casa. Presero prigionieri 158 uomini , condotti poi nel collegio dei salesiani, alle Cascine nuove. I tedeschi rimasti in paese diedero fuoco ad alcune case, dalle quali sembrava fossero partiti i colpi dei partigiani, durante lo scontro armato. Il podestà non era più in paese, perché si era dato alla fuga qualche settimana prima. La uniche autorità presenti, erano i sacerdoti, parroco e vice, il medico, che invece erano rimasti sul campo per confortare i prigionieri e la popolazione. L’angoscia dei familiari degli ostaggi e di tutta la gente di Cumiana cresceva.”
E qui il racconto fu interrotto dall’arrivo di Michele, visibilmente commosso, dopo aver partecipato alla cerimonia in onore delle vittime di quel fatidico giorno. A questo punto lo pregammo di continuare lui stesso il racconto, anche perché era stato coinvolto in prima persona nell’evento: era stato fermato dai tedeschi, durante il rastrellamento.
Allora era un ragazzo, aveva solo 16 anni ed era figlio unico, arrestato con il padre e quattro zii. Ricordava perfettamente quei momenti drammatici, di terrore, in cui avrebbe voluto reagire, scappare, ma capiva che sarebbe stato tutto inutile, era meglio non fare nulla per non peggiorare le cose. Proseguendo nel racconto ci disse che quella notte, fu la più lunga della sua vita, una notte trascorsa nella più nera disperazione, gli ostaggi furono separati sin dall’inizio: inspiegabili i criteri di selezione. Furono rinchiusi all’interno dell’edificio a Cascine nuove, stalla o stanza che fosse: Michele rimase comunque con suo padre, ma separato dagli zii. Furono subito solidali tra di loro, si conoscevano tutti, si confortavano a vicenda , facendo mille supposizioni sul perché sul per come….. Non riuscivano ad interpretare le mosse prossime del nemico. Il pensiero di Michele ritornava puntuale a sua madre, che era molto malata, poteva immaginare il suo dramma, nell’apprendere del loro arresto e della sua disperazione quando la colonna con i prigionieri fu scortata fuori dal paese. Tante furono le lacrime versate, tante le preghiere sussurrate, le parole dette e le storie raccontate per farsi coraggio. La stessa disperazione ed angoscia la vivevano a casa i familiari degli ostaggi, ignari del destino dei loro congiunti. Quanti rosari sgranati, quante promesse e invocazioni alla Vergine Maria per salvare Cumiana da quel flagello. Per fortuna il giorno seguente, grazie all’intercessione del Parroco, Don Felice Pozzo e del medico Ferrero Michelangelo e alle trattative condotte con i partigiani di Coazze e il comando tedesco a Pinerolo, un numero sostenuto di ostaggi, forse la metà degli uomini catturati, furono liberati , tra cui Michele. Suo padre rimase alle Cascine nuove. Il medico aveva insistito presso i tedeschi per la sua liberazione, facendo leva sulla condizione della madre, rimasta da sola, in un grave stato di infermità. Fu una grande vittoria per Cumiana, per la popolazione, ma rimanevano prigionieri ancora gli altri cumianesi, tra cui i quattro zii di Michele e suo padre. Non oso immaginare lo strazio che il ragazzo provò nel dover lasciare il padre nelle mani dei carnefici. La speranza di riabbracciarlo si era considerevolmente ridotta, eppure doveva infondere coraggio alla madre, rendendo credibili le sue preghiere.
Michele aveva il nodo in gola, mentre raccontava lo strazio provato nell’abbandonare suo padre, i suoi parenti e tutti gli altri amici, l’impotenza di non poterli aiutare, i tristi presagi che gli frullavano nella mente. Gli chiedemmo più volte se voleva fermarsi nel racconto, perché comprendevamo il suo dolore nel rivivere quegli eventi: le lacrime scendevano copiose, tutti noi eravamo visibilmente commossi in silenzio, trasportati nella storia, come se stessimo rivivendo anche noi quei momenti. Michele volle continuare.
I piatti di Siria quella domenica non ebbero il successo di sempre.
Il racconto riprese, Michele ci aveva lasciati tutti con il fiato sospeso : pur conoscendo il tragico evento, speravamo fino all’ultimo in qualche fatto miracoloso, in qualche intervento liberatore, in un gesto di pietà da parte dei nemici. Purtroppo non potevamo riscrivere la storia e i fatti che seguirono allora, furono veramente scellerati
Il tre aprile, i tedeschi consegnarono un ultimatum scritto, pretendevano la restituzione totale dei prigionieri: due sottoufficiali tedeschi e trentadue SS italiani, altrimenti avrebbero ucciso gli ostaggi rimasti. Era un tenente che conduceva le trattative, spietato, si chiamava Anton Renninger, il parroco si annotò il nome su un taccuino, per non dimenticare nulla. Sin dal giorno successivo al rastrellamento Don Felice, Don Bosso e il medico condussero trattative serrate: per ben cinque volte si incontrarono con il comando tedesco e i partigiani, facendo la spola tra i due campi. Venne richiamato Giulio Nicoletta, convalescente per le ferite riportate durante una sparatoria, era uno dei capi partigiani, l’unico comandante assente tra le formazioni, che diventerà poi il comandante dell’intero nucleo partigiano della Val Sangone. Si doveva decidere , e per questo era necessario consultare tutti i capi partigiani: se cedere alle reali minacce tedesche, oppure mantenere la linea per cui non si trattava con i tedeschi per i civili e si scambiavano solo prigionieri militari con altri militari. Prevalse la linea di cedere al ricatto pur di salvare la popolazione inerme. Non c’era tempo da perdere, l’ultimatum scadeva alle 18,30 di quello stesso giorno.
La delegazione si precipitò a valle per portare la lieta novella e ottenere la liberazione degli ostaggi. Verso le 17,30 arrivò in paese, l’incontro avvenne nella trattoria della stazione tra Nicoletta, il parroco, gli ufficiali italiani e Renninger, che era il vero comandante dell’operazione. Qui volarono insulti da parte del tenente verso la delegazione, sulle tecniche di guerra delle formazioni partigiane, mentre comunicava, gridando, con tutta la sua rabbia l’avvenuta uccisione dei civili e avvertiva che se non fossero stati restituiti i prigionieri tedeschi e fascisti, altri cento civili sarebbero morti.
Il comandante partigiano era sconvolto, stentava a credere a quanto era accaduto, la tregua non era stata rispettata, fu Lui a questo punto a insultare Renninger e le milizie italiane, accusandoli di essere privi di qualsiasi morale e onore. Ma ormai tutto era accaduto. La strage era compiuta. In una scintilla di lucidità, Nicoletta fissò allora per la mattina seguente un altro incontro, per giungere alla definitiva conclusione di ogni trattativa. Nel frattempo, alla luce delle torce , avvenne il riconoscimento delle vittime da parte del parroco e di alcuni partigiani. Su ordine di Renninger le persone uccise non poterono essere restituite alle famiglie, ma solo seppellite in una fossa comune nel cimitero, un’ennesima mortificazione per il paese.
La mattina del cinque aprile vennero liberati i prigionieri tedeschi e successivamente gli ostaggi italiani rimasti, tra cui il padre di Michele. Uno degli zii, Leopoldo Daghero, fu miracolosamente salvo, perché si finse morto sotto i corpi dei fratelli che lo protessero. Anche il maestro Losano ebbe salva la vita, perché non era di Cumiana e un altro ostaggio fu liberato, in quanto il colpo che doveva ucciderlo non esplose. Questo il bilancio del tragico pomeriggio.
La stessa sera le SS abbandonarono Cumiana, lasciando dietro di loro quarantacinque orfani e trentatre vedove. Le vittime furono in tutto cinquantuno, tutti uomini di trenta, quarant’anni, padri di famiglia, ragazzi di sedici, diciassette anni, figli, il più anziano aveva settant’anni. Non ci fu pietà per nessuno!
La popolazione annientata dal dolore si strinse intorno alle famiglie delle vittime.
Ritornando al giorno del racconto, era la domenica mattina del due aprile 2001 ed era avvenuta la commemorazione dell’ anniversario della strage. Michele, come tutti gli anni, aveva voluto essere presente con tutti i sopravvissuti a quel tragico evento per testimoniare quei tristissimi giorni e per far sì che le nuove generazioni non dimenticassero l’efferatezza di quei giorni di guerra.
Cumiana quel giorno viveva una rinnovata primavera: la primavera della riconciliazione.
Erano infatti presenti alla cerimonia alcuni cittadini tedeschi di Erlagen, accompagnati dal loro Borgomastro, concittadini di Renninger, che con coraggio ed umiltà erano venuti a chiedere ” perdono ” per le gesta indescrivibili e scellerate di quel tenente delle SS. Dopo la guerra, Renninger, era tornato nella sua Germania a vivere indisturbato la sua vita; era diventato dirigente di un’industria alimentare e nonostante fosse stato rinviato a giudizio dal tribunale militare di Torino nel 1999, non si presentò mai al processo. Morì il sei aprile del 2000 nella sua città, Erlagen, nelle vicinanze di Norimberga, senza mai esprimere pentimento o rammarico per quanto aveva fatto.
Ma lo sgomento e lo sconforto per quelle gesta, anche a distanza di tanti anni, l’avevano voluto dimostrare i suoi concittadini. La follia di quei giorni non poteva trovare giustificazioni, con la loro presenza avevano voluto testimoniare il valore sacro della vita. La violenza di quelle gesta, accecate dall’odio, dalla consapevolezza della guerra perduta, il senso di onnipotenza, associato all’assenza totale di coscienza e di valori, portarono e permisero a un semplice tenente, con il benestare dei suoi superiori, di decretare la fine così tragica e vile di cinquantuno persone, vittime innocenti.
Gesta che segnarono irreparabilmente le sorti di un intero paese.
Ma il gesto più sublime e più difficile l’hanno compiuto i Cumianesi nel concedere il loro perdono ai rappresentanti, seppur innocenti, di quel popolo tedesco, dapprima nostro alleato e poi nemico, che tanto odio e morte aveva disseminato nella nostra Italia e nell’Europa intera.
Michele ci raccontò, visibilmente commosso, profondamente turbato, che non ci furono inizialmente parole tra i cittadini di Cumiana e quelli di Erlagen, anche per le effettive difficoltà della lingua, ma solo gesti: un forte abbraccio fraterno tra di loro, un abbraccio liberatore, irrorato di lacrime copiose che scendevano da entrambi le parti, quasi a voler lavare quel dolore, quell’angoscia, quel gelo, quella vergogna, che erano ancora così vivi, nonostante fossero passati più di cinquant’anni.
Un gesto importante fu fatto quel giorno tra i due paesi, tra la loro gente, l’unica via possibile da seguire con forza e determinazione, per poter convivere e comprendersi: dialogare, conoscersi, saper chiedere perdono e saper perdonare. Gesto quest’ultimo impossibile da compiere cinquant’anni prima.
“Il tempo lenisce le ferite, non le cancella, sopisce il dolore, fa sì che riusciamo a metabolizzare le perdite , ma non può cancellare il rimpianto, la nostalgia, il destino spezzato delle persone care perdute così tragicamente”.
La collaborazione tra i due paesi, Cumiana ed Erlangen, prosegue ancora ai giorni nostri, si rinnovano ogni anno manifestazioni e scambi culturali e questo rende onore ad entrambi le popolazioni.
Grazie Michele per aver avuto il coraggio di testimoniare questa tragica vicenda nelle scuole, con i ragazzi; con noi per averci aperto il tuo cuore, rendendoci testimoni di quei tristi giorni, che tu hai vissuto e che resteranno indelebili nelle nostre menti e nei nostri cuori. Da quel 2001, tutte le volte che mi reco al cimitero a Cumiana, non posso non rivolgere una preghiera, un sorriso, un grazie profondo a tutte quelle persone, raccolte nella cappella centrale, che hanno pagato con la loro vita il prezzo della libertà e della democrazia di cui oggi noi andiamo fieri.

Aprile 2015 (Fonti Michele Daghero, che ha rivisto e corretto con pazienza il testo, il sito web “Memorial eccidio Cumiana”, diario del Parroco Don Felice”, un grazie anche a Marco Comello, storico, che ha corretto alcune imprecisioni, e mi hanno permesso di giungere alla stesura finale del racconto).

 

Franca Furbatto – Aprile 2015

Un abbraccio di guerra – Francesco Giordana

sabato 14 marzo 2015

guerra ambulanza

Un abbraccio di guerra   ( secondo premio al concorso letterario Unitre a Moncaliei)

La luce del giorno fece irruzione nella camera attraverso le tapparelle.Il sole,che si era negato per lunghi giorni, si annunciò prepotente sul viso di Franco, ancora alle prese con l’ultimo sogno della mattina. Si, spesso l’ultimo quarto d’ora del mattino, prima del risveglio, era portatore di sogni, leggeri, ingarbugliati, a volte piacevoli, a volte angoscianti.
Ora stava passeggiando lungo un pianoro di montagna, il sole era alto e il cielo limpido era completamente senza nuvole. Nei prati era esplosa la primavera, con il verde dei prati, con il colore e il profumo dei fiori. Quel profumo, gradevole e aggressivo ad un tempo, lo rese piacevolmente euforico e si sentì leggero e libero. Così leggero che cominciò a volare e si librò nell’aria, su, su verso la montagna, che aveva ancora la cima coperta di neve. In alto, sempre più in alto, fino a contemplare tutto l’altopiano, attraversato da un torrente gorgogliante.
Ma dove era? Non ricordava di aver mai visto quei luoghi, eppure era come se li conoscesse da sempre. Sapeva che laggiù, verso la pianura, c’era una chiesetta bianca col tetto in pietra, che a destra si apriva un canalone che i pini cercavano invano di conquistare, aggredendo le pietre e i massi del fondo, che in alto, verso la cima che dominava il paesaggio c’era una collinetta ricoperta di rododendri. Si trattava certamente di un altopiano delle Alpi Orientali, ma Franco non ricordava di essere mai passato in quei luoghi…Poi guardò in alto, un raggio di sole lo colpì negli occhi…e si svegliò nel suo letto. Scostò il capo, guardò la sveglia sul comodino ed ebbe la conferma di trovarsi nel suo comodo letto alle otto del mattino!
“Bene!” disse tra sé “finalmente una bella giornata di sole. Oggi voglio proprio sgranchirmi le gambe con una lunga passeggiata in campagna.” Da quando gli impegni lavorativi avevano lasciato il posto al riposo di una meritata pensione, Franco riempiva il suo tempo libero con due attività ludiche, che davano un senso alle sue giornate: la pittura e le lunghe passeggiate, a volte a piedi, a volte sulla sua Triumph Spitfire del 1978.
“Oggi è proprio la giornata giusta per fare uscire dal garage la spider” si disse convinto “voglio respirare a pieni polmoni la prima aria tiepida della primavera”.
Era di ottimo umore e mentre faceva colazione con Maria, la moglie, ricordò i propositi più volte fatti e poi puntualmente disattesi: appena torna il sereno voglio andare in campagna, nella vecchia casa dei nonni. Franco, infatti, era nato in una villetta in campagna, dove abitavano i genitori e la nonna paterna. Lì aveva trascorso i primi anni di vita e poi i suoi genitori si era trasferiti in città, dove aveva sempre vissuto. La casa era stata venduta, ma suo padre si era riservato una piccola mansarda, dove di tanto in tanto amava trascorrere qualche giorno di relax.
Quanti ricordi erano custoditi in quei piccoli locali! In particolare, lo attraeva una grossa cassapanca in noce nella quale erano raccolti i ricordi della vita della famiglia Giardina, del papà Paolo e del nonno Luigi.
Rinfrancato dall’abbondante colazione e da una doccia corroborante, dopo aver salutato Maria che era uscita per andare dal parrucchiere, era sceso in garage ed era salito sulla Spitfire con direzione “campagna”, accompagnato dal cinguettio delle rondini che avevano nidificato proprio nel sottotetto del suo appartamento al settimo piano. Pochi minuti di strada, col vento tra i capelli ed ecco apparire la stradina che conduceva alla sua vecchia, cara, casa. La imboccò senza esitazione, svoltò alla sua destra e si trovò di fronte al cancello verde che immetteva nel cortile principale. Salì al secondo piano, entrò nella mansarda e spalancò le finestre.
Il sole illuminò un locale ordinato, raccolto e confortevole: una piccola” casa delle bambole”, come amava definirla Maria, sempre pronta ad accogliere chi fosse alla ricerca di pace e serenità. Franco scostò la fodera bianca che copriva il divano, si sedette e guardò la cassapanca di fronte a lui. Le grosse borchie di ottone poste a protezione degli spigoli e la grande serratura con la chiave inserita nella toppa trasmettevano un senso di solidità: era un oggetto costruito per durare e per contenere i ricordi e le tracce importanti della vita dei proprietari. Sulla parte anteriore, subito sopra la serratura, campeggiava una data incisa nel legno: 1916 .Si accostò alla cassapanca, girò la chiave e sollevò il pesante coperchio. All’interno, ben allineati e ordinati secondo le dimensioni e la forma, una quantità di oggetti faceva corona ad uno scrigno metallico sormontato da una grossa croce rossa in campo bianco. Sulla parte anteriore, vicino alla serratura, era inciso un nome: Ten. Carlo Giardina.
Franco prese lo scrigno, richiuse la cassapanca, si sedette sul divano e guardò con curiosità il “tesoro” ritrovato. Non ricordava di averlo mai visto, ma in effetti non ricordava neppure quanto tempo fosse passato dall’ultima volta che era entrato nella mansarda.
Sollevò il coperchio e vide che conteneva un plico di lettere, un paio di buste con le evidenti intestazioni del Ministero della Guerra, un quaderno rilegato e un contenitore di vetro che lasciava trasparire il contenuto: due medaglie opache con i rispettivi nastrini multicolori.
Prese il quaderno e lo osservò. Aveva un formato ridotto, quasi tascabile, i bordi consunti facevano intuire un uso frequente e il ripetuto inserimento in un contenitore rigido. Sulla copertina due date: 1915-1916.
Franco lo aprì e lesse sulla prima pagina, vergate con inchiostro rosso, le parole: Diario di Guerra.
Nelle pagine seguenti, scritte con una grafia minuta e chiarissima, le date, i pensieri, le sensazioni e le cronache del vissuto in guerra del tenente medico Carlo Giardina.
Dal richiamo alle armi, nei primi giorni di maggio, alla partenza da Torino, nelle settimane successive, all’arrivo nell’ospedale di Asiago, nel mese di giugno.
E poi i lunghi, terribili giorni di guerra, col racconto puntuale della sua opera di medico in prima linea, con i particolari e le descrizioni degli interventi, a volte condotti con successo, spesso inutili per salvare la vita di tanti ragazzi.
Una data colpì in modo particolare Franco, che si fermò a leggere: 25 dicembre 1915, Natale del Signore.
“Oggi è avvenuto un fatto sorprendente e inatteso, quasi un miracolo – lesse – dalle trincee nemiche uscì un uomo che sventolava una bandiera bianca. Tutti i fanti accorsero sul bordo della trincea, uno uscì e gli andò incontro nella terra di nessuno. Dopo poco tornò e disse che in occasione del Natale era stata decisa una tregua ai combattimenti. Così, il giorno di Natale trascorse in pace, con scambio di doni e di auguri! Un vero miracolo di guerra! E la meraviglia più grande fu quando tra la truppa nemica scorsi un ufficiale che mi guardava con insistenza e che venne verso di me gridando: “Carlo, sei proprio tu?”
Si trattava dell’amico, nonché compagno di corso all’Università, Peter Jung! Ci abbracciammo e trascorremmo lunghe ore a ricordare i tempi felici trascorsi insieme a Torino. Poi la tregua finì e rientrammo nelle rispettive trincee…”
Le pagine del diario si susseguivano poi nella puntuale descrizione delle giornate successive, segnate da accesi combattimenti e da tanti, troppi giovani strappati alla vita.
Il diario si concludeva con la data 14 maggio 1916 e con le parole: “Giornata di primavera sull’altopiano. Corrono voci che ci sarà un attacco nemico.”
Le pagine successive erano bianche…
Franco ripose il quaderno nel cofanetto. Incuriosito, prese poi la busta che chiudeva il plico, l’aprì, sfilò il foglio ingiallito e lesse.

Al Signor Luigi Giardina
Via Lejnì 2
Frazione Malanghero
San Maurizio Canavese (TO)

Egregio Signore,
mi riesce quanto mai gravoso scrivere questa lettera, che mai avrei voluto inviarle. Solo la mia coscienza e la promessa fatta a suo tempo a suo fratello Carlo mi hanno indotto al triste compito.
E’ mio dovere, infatti, comunicarle che il tenente Carlo Giardina ha lasciato il suo valore e la sua vita sulle rocce insanguinate dell’altopiano di Asiago il 15 maggio u.s.
Forse avrà già ricevuto la notizia da altre fonti e il solerte Ministero della Guerra avrà già provveduto ad informarla con grigio tono di circostanza formale dell’accaduto, ma io sento il dovere di scriverle per comunicarle alcune informazioni che ritengo di fondamentale importanza vengano a sua conoscenza.
Non serviranno forse a lenire il dolore per la perdita di un fratello, ma io credo possano contribuire a farle accettare meglio la di lui triste sorte e a conservarne la memoria con motivato orgoglio.
Il giorno 15 maggio u.s. il tenente medico Carlo Giardina si trovava nelle trincee della prima linea per coordinare i soccorsi ai numerosi feriti provocati dall’offensiva nemica, che dalla notte precedente aveva sferrato un violentissimo attacco nell’intento di fare breccia nella nostra fronte e di dilagare nella pianura veneta.
In una breve pausa dei combattimenti, i portaferiti e gli infermieri coordinati dal tenente Giardina avevano raccolto e riportato al coperto delle trincee i numerosi feriti caduti nelle prime ore della battaglia e stavano prestando i primi soccorsi.
Ad un tratto, venne udito un lamento proveniente dalla terra di nessuno e il tenente Giardina lasciò il sicuro riparo della trincea ed uscì all’aperto per individuare il ferito che invocava soccorso. Si avventurò sul terreno irto e sconnesso e lo raggiunse. Allora si accorse che l’uomo ricoperto di sangue che gemeva portava un’altra divisa, quella dell’esercito Austro-ungarico!
Ma il tenete Giardina non esitò e prevalse in lui il giuramento di Ippocrate fatto quando abbracciò la professione da lui considerata una missione senza confini.
Aprì la borsa delle medicazioni, estrasse garze, bende e disinfettanti e trasse a sé l’uomo. Solo allora si accorse che si trattava di un suo compagno del corso di medicina frequentato a Torino anni prima.
Si trattava, infatti, del tenente medico Peter Jung, nativo di Salisburgo, ma che aveva frequentato l’Università di medicina di Torino per stare vicino alla madre, originaria di quei luoghi.
L’amicizia dei due giovani si era rafforzata durante gli anni della permanenza comune nella città subalpina, grazie alle avventure goliardiche e alla comunanza degli studi. Erano inseparabili: belli, giovani, pieni di energia e di lealtà. Quando terminarono gli studi, il dottor Peter Jung tornò a Salisburgo per esercitare la professione e la lontananza, dapprima lenita da lunghe lettere, poi divenute sempre più rade, rese il distacco definitivo.
Da lunghi anni Carlo e Peter non avevano avuto alcuna occasione di incontro e anche il ricordo dei gioiosi anni trascorsi insieme era ormai avvolto in un bozzolo generato dalla quotidianità della vita. Il tenente Giardina si prodigò per arrestare l’emorragia, disinfettò e bendò alla meglio le profonde ferite e sollevò l’amico ferito per portarlo al coperto delle trincee. Fu allora che un cecchino colse la sua preda: il secco schiocco di un colpo di fucile e la vita di Carlo volò via, seguita dopo pochi minuti da quella di Peter. Li trovarono abbracciati la mattina seguente e il sangue e le ferite rendevano difficile distinguere il colore delle divise…
Questo era mio dovere comunicarle, Signor Luigi Giardina, perché in tal modo esaudisco il desiderio di sua fratello Carlo, che aveva affidato a me l’ingrato compito di informare la famiglia se fosse caduto sul campo, e rendo onore al valore ed allo spirito di sacrificio alto e puro di un vero medico e di un eroico soldato.
Nella speranza che queste mie righe le possano tornare di conforto, Le porgo i sensi delle mie più sentite condoglianze e la saluto con un forte abbraccio di condivisione.

Asiago, 20 giugno 1916

Mario Rossi
Colonnello medico del Corpo Sanitario dell’Esercito Italiano

Commosso, ripiegò il foglio ingiallito, lo infilò nella busta che lo conteneva e lo ripose nel cofanetto.
Sollevò poi l’astuccio di vetro, lo aprì ed esaminò il contenuto. Si trattava di due medaglie: l’una con l’effige del Re, legata ad un nastro tricolore sul quale era apposto orizzontalmente un gladio in bronzo sulla cui guardia spiccava il motto FERT, intrecciato con un ramoscello d’alloro, l’altra recante su di una facciata una grande croce rossa in campo bianco e sul retro l’incisione: “Esercito Italiano – Corpo Militare CRI – 1916”
Posò le medaglie, prese la busta del Ministero della guerra e lesse le motivazioni per cui era stata concessa l’onorificenza al Tenente Carlo Giardina, di Antonio, nato a San Maurizio Canavese il 17 febbraio 1881 e caduto sull’altopiano di Asiago il 15 maggio 1916: “Noncurante del pericolo dimostrò sempre calma e fermezza esemplari. Uscito tra i primi dalle nostre trincee, sotto il violento fuoco di mitragliatrici nemiche, raggiunse le posizioni avversarie per portare soccorso ai feriti, incoraggiando i compagni a seguire il suo esempio. Mentre si esponeva per riportare al riparo delle trincee un ufficiale gravemente ferito, venne colpito a morte.

Roma, 19 agosto 1917”.

Franco ripose la lettera nel cofanetto, lo chiuse, lo accarezzò con profondo rispetto e ricacciò una lacrima di commozione. Aveva incontrato la storia, quella con la lettera minuscola, quella vera, quella scomoda e giocata sulla pelle dei singoli. La storia che aveva coinvolto anche la sua famiglia.
Allora pensò alla ferocia, alla stupidità e alla sostanziale inutilità delle guerre, di tutte le guerre.
Ma considerò anche come in occasione di una tragedia di così vaste proporzioni, nelle circostanze estreme prodotte dalla guerra, possano emergere luminose manifestazioni dei migliori sentimenti: l’amicizia, l’altruismo e il senso del dovere.
Risalì in macchina e, mentre percorreva lentamente il viale illuminato dal prepotente fiorire degli alberi di Giuda, il suo animo si riempì d’orgoglio e di speranza per il futuro.

 

Samarcanda – Francesco Giordana

martedì 17 febbraio 2015

Statuto 2        Statuto

Ieri ho ricevuto da un amico un racconto autobiografico con il quale forniva un ricordo personale di quel tragico 13 febbraio 1983, quando a Torino andò a fuoco il cinema “Statuto”, storica sala della città. Nella tragedia perirono 64 persone, un dramma per le famiglie, per la città intera, che si rinchiuse nel dolore accanto ai familiari delle vittime. Il cinema era stato rimesso a nuovo da poco, ottenendo la certificazione per l’agibilità dell’esercizio. Pare che la causa sia stato un cortocircuito, le cui scintille avevano dato fuoco a un tendone, caduto poi sulle poltrone, che erano andate a fuoco, a loro volta. Gli spettatori accortisi dell’incendio avevano tentato di uscire, ma le porte di sicurezza, cinque su sei erano sprangate per impedire l’ingresso dall’esterno. Gli spettatori in sala, un centinaio, avevano cercato la fuga allora dall’ingresso principale, ma purtroppo molti furono soffocati dal fumo: l’ossido di carbonio che si era sprigionato dalla combustione delle poltrone, in poliuretano espanso, usate per l’arredamento. Fu una tragedia, si pensò a un piromane, anche perché nel giro di poco tempo, nel giugno dell’82 andarono a fuoco tre cinema della città : l’Astor, l’Ambrosio e l’Augustus, ipotesi poi smentita. Gli imputati furono undici, sei le condanne per omicidio colposo plurimo: il proprietario del cinema, l’impresa che eseguì i lavori di ristrutturazione, il tappezziere, l’operatore, mentre fu assolto per insufficienza di prove l’elettricista. Il proprietario fu costretto a chiudere e a indennizzare i 250 familiari delle vittime, che si costituirono parte civile, per una cifra pari a tre miliardi di lire. Passò i suoi ultimi anni lavorando come maschera al cinema Romano e trasferendosi poi in Liguria, lontano da Torino.
Molte sono le riflessioni che il racconto ci suggerisce!

Franca Furbatto

Racconto di Francesco Giordana che Vi propongo qui di seguito

SAMARCANDA

“Dopo questa abbondante nevicata é finalmente uscito il sole. Ho proprio voglia di fare una bella sciata in neve fresca! Domenica andiamo a Chamoix”.
Quel plurale “andiamo” includeva Cristina, l’amore e prima ragione della sua vita, con la quale si era sposato appena due mesi prima. Enrico, quarantacinquenne aitante, bello e sportivo, si era conquistato la fama, peraltro assolutamente meritata, di scapolone impenitente, di sciupa femmine. Poi, improvvisamente, sul finire dell’anno appena passato, aveva clamorosamente sconfessato il personaggio costruito negli anni con tanta cura ed aveva sposato Cristina, una ragazza dolce, col viso da fatina del bosco e con la grazia e le movenze di una principessa delle fiabe.
L’evento, accolto con stupore e soddisfazione da parenti e amici, aveva inciso profondamente sul carattere di Enrico e sul suo comportamento, anzi, sul suo intero approccio alla vita.
Così, l’entusiasmo col quale aveva illustrato il programma ludico per la domenica successiva non aveva sorpreso Franco, ben lieto che l’amico solitamente tenebroso e solitario sprizzasse entusiasmo e gioia da tutti i pori.
Quel venerdì pomeriggio Franco ed Enrico si erano dati appuntamento al bar Fiorio di via Po, sia per motivi di lavoro (Franco responsabile della comunicazione di una grande azienda delle Partecipazioni Statali ed Enrico, giornalista della RAI dovevano concordare tempi e modi per una intervista all’Amministratore Delegato…), sia per approfittare dell’insolita e gradita occasione per rivivere insieme il tempo passato.
Franco ed Enrico, infatti, avevano cominciato la loro avventura giornalistica una quindicina di anni prima presso un Gruppo editoriale che realizzava alcuni periodici di portata locale ed avevano a lungo lavorato gomito a gomito sulle stesse pagine.
Poi, la loro storia professionale aveva imboccato strade diverse. Enrico alla RAI e Franco, dopo alcuni anni di attività nel principale quotidiano sportivo della città, era approdato al grande mondo della comunicazione aziendale ed ora, dopo un percorso alquanto tormentato, era il Capo Ufficio Stampa della SEAT, l’azienda delle Pagine Gialle.
“Ti ricordi le piste di Chamoix?” E come potevano dimenticarle? Per Enrico e Franco Chamoix, la località in Valsavaranche non raggiungibile in auto, aveva conservato un valore quasi mitico. D’inverno, poi, la neve che ricopriva un paesaggio fiabesco e incontaminato esaltava il distacco dal resto del mondo.
Mentre Franco, che non era mai stato un grande sciatore, aveva da tempo tradito la montagna col mare della Riviera ligure, spinto anche dalla presenza dei genitori ormai stabilmente residenti a Santo Stefano, Enrico non aveva mai rinunciato alla stagione sciistica invernale. Appena si presentava l’occasione, saltava in macchina e raggiungeva la funivia che portava ai 1800 metri di Chamoix.
“Certo che ricordo quei luoghi e quei tempi, ma sono passati tanti anni e per me Chamoix è ormai solamente una bella cartolina degli anni ‘60. Ora ho famiglia e le mie mete vacanziere sono Bardonecchia per l’inverno, così i figli possono sciare con maggiore tranquillità su piste più facili e accessibili, e Santo Stefano per l’estate.
I programmi del weekend che si prospettava meteorologicamente favorevole erano quindi assolutamente divergenti: Franco in Riviera con la famiglia ed Enrico in Val d’Aosta con Cristina.
Per una mezz’ora si rituffarono nel passato, poi concordarono rapidamente tempi e modi dell’intervista all’Amministratore Delegato e si salutarono con un caloroso abbraccio. Si sarebbero rivisti la settimana seguente negli studi della RAI.
Purtroppo le previsioni del tempo si rivelarono ottimistiche, tanto che il cielo coperto e la temperatura piuttosto rigida per il mese di febbraio non contribuirono a rendere particolarmente gradevole e rilassante il fine settimana in Riviera e già nel tardo pomeriggio della domenica Franco rientrò in città con la famiglia. Giunto in piazza Statuto, dovette fermarsi per lasciar passare numerosi veicoli di soccorso con luce blu lampeggiante, mentre le sirene delle auto della polizia e dei Vigili del fuoco si inseguivano sotto i fiocchi di una lieve nevicata.
Attese con pazienza il via libera dai Vigili Urbani e poi ripartì con direzione casa.
Qui, la voce e le immagini del televisore, sintonizzato sul telegiornale regionale, lo colpirono a causa della drammaticità del racconto.
“Nell’incendio scoppiato nel pomeriggio al cinema Statuto si contano ormai decine di vittime. I soccorsi, pure intervenuti sul posto dopo pochi minuti, sono stati frenati dal fumo acre e velenoso che aveva invaso il locale. Ci riferiscono che nei locali più interni sono stati rinvenuti numerosi corpi inanimati. Una valutazione complessiva della situazione sarà possibile solamente quando i locali saranno stati completamente evacuati.”
E poi il giornalista informava che allo Statuto si stava proiettando il film francese “La capra” con protagonista l’attore Gerard Depardieu.
Le stesse tragiche immagini rimbalzarono poi sui telegiornali nazionali, ogni volta arricchite di nuovi agghiaccianti particolari.
Quel giorno, nel cinema Statuto di via Cibrario si contarono ben 64 vittime, in gran parte soffocate dai miasmi provocati dalla combustione dei materiali plastici usati per il rivestimento delle poltrone e delle pareti.
Quella notte Franco rivide in sogno le tragiche immagini del disastro e gli parve anche di sentire nell’aria l’odore acre della combustione.
Il giorno seguente, San Valentino, raggiunse l’ufficio con un certo ritardo poiché prima era passato dal fioraio di Piazza Adriano per ordinare il mazzo di rose rosse da portare a Maria la sera. Erano da poco passate le nove quando squillò il telefono e la voce bassa e spenta di Bruno, collega giornalista della RAI, lo colpì allo stomaco: “Enrico e Cristina sono morti nell’incendio dello Statuto. Ora li hanno portati all’obitorio. Non si sa ancora quando si faranno i funerali, ma io ora vado a casa dei genitori.”
“Vengo anch’io” riuscì a rispondere, mentre l’emozione provocata dall’annuncio inaspettato gli stringeva la gola “qual è l’indirizzo?”.
A casa dei genitori di Enrico un gruppo numeroso di amici e di colleghi di Enrico cercava in qualche modo di confortare due vecchietti, dimessi, piegati e quasi stroncati dalla violenza della notizia.
Franco non riuscì a trovare la forza d’animo per affrontare direttamente la situazione e si avvicinò a Bruno, che, in un angolo del salotto si sforzava di coordinare la disponibilità degli amici.
Quando si accorse della presenza di Franco, gli si avvicinò e gli passò un braccio sulle spalle.
“Quando si dice il destino! Certo che alle volte è beffardo e crudele. Pensa che, ieri mattina, Enrico e Cristina sono partiti alla volta di Chamoix, decisi a trascorrere la giornata sulle nevi dei duemila metri. Giunti a Corgnolaz, alla base della funivia che collega la strada statale con il villaggio, hanno trovato l’impianto bloccato a causa di un guasto improvviso. Così, nell’impossibilità di salire, hanno deciso di far ritorno a Torino. Si sono invitati a pranzo dai genitori di Enrico e poi, dopo un breve riposino, sono usciti per una passeggiata. In via Cibrario hanno visto le locandine del film La Capra e sono entrati nel cinema…” Si fermò, quasi a riprendersi dall’emozione e cercò gli occhi di Franco.
Tre giorni dopo, ai funerali di Stato ai quali partecipò anche il Presidente Pertini, confuso in una folla tanto numerosa da non poter essere contenuta dalla Piazza del Duomo, Franco ebbe tempo e modo di considerare l’imponderabilità del futuro, mentre non riusciva a scacciare dalla mente le parole della canzone Samarcanda, nella quale, solo pochi anni prima, il cantautore Vecchioni aveva fermato i contenuti del concetto “Destino”.

Voleva solo lavorare, é morta per stalking 129 anni fa.

domenica 25 gennaio 2015

Italia Donati

Italia Donati – maestra

Mi é capitato per caso di imbattermi in questa triste storia, che vi voglio raccontare.

E’ la storia di Italia Donati (1863 – 1886), una ragazza toscana, nata a Cintolese, che avendo dimostrato una spiccata attitudine allo studio, fu indirizzata alla scuola Normale per maestri, dal padre, commerciante di spazzole. Dopo il superamento del ciclo di studi, al secondo tentativo passò l’esame di abilitazione e fu destinata a Porciano, nella campagna pistoiese. Da subito fu oggetto di pressioni ed avances marcate da parte del sindaco del paese e fu costretta ad abitare in un locale accanto alla dimora del primo cittadino. Nonostante le avances pressanti, riuscì a respingere gli attacchi e a porre un secco rifiuto. Alimentate dall’orgoglio ferito, il sindaco e alcune persone a lui vicine, misero in giro voci sulla scarsa moralità della giovane, fino a diffondere la notizia di un presunto aborto. A seguito di lettera anonima al magistrato di Pistoia, il sindaco fu costretto a dimettersi, e sebbene la Donati smentisse energicamente e si fosse trasferita nel frattempo in un ‘altra abitazione, le voci continuavano, attribuendole una relazione con il nuovo proprietario, accusandola di essere nuovamente incinta. A seguito di un’inchiesta, fu trasferita in una frazione , ma la popolazione le intimò di non presentarsi, perchè non accettavano “i rifiuti del paese vicino”. La ragazza profondamente segnata e depressa, lontano da casa, senza l’aiuto di nessuno cadde in uno sconforto totale che la portò ad un gesto sconsiderato: si suicidò in un deposito di acqua di un mulino il primo giugno  1886. Prima di morire lasciò una lettera a suo fratello, affinchè fosse fatta completa luce sulla sua innocenza e riabilitato l’onore della famiglia. Questo il testo: «Io sono innocentissima di tutte le cose fattemi [...] A te, unico fratello, a te mi raccomando con tutto il cuore, e a mani giunte, di far quello che occorrerà per far risorgere l’onor mio. Non ti spaventi la mia morte, ma ti tranquillizzi pensando che con quella ritorna l’onore della nostra famiglia. Sono vittima dell’infame pubblico e non cesserò di essere perseguita che con la morte. Prendi il mio corpo cadavere, e dietro sezione e visita medico-sanitaria fai luce a questo mistero. Sia la mia innocenza giustificata.”  Predispose inoltre che al suo funerale partecipassero solo bambini e bambine, compresi i suoi scolari. Fu sepolta nel paese tanto odiato di Porciano. Di lì a poco però il suo corpo fu traslato e condotto nel suo paese d’origine, dove fu sepolto a seguito di una sottoscrizione popoare. Il trasferimento del feretro fu accompagnato da ventimila persone, provenineti dai paesi vicini, per dimostrare la loro vicinanza ad Italia, pur nel suo estremo viaggio terreno. L’eco della vicenda si ottenne grazie al contributo del Corriere della Sera, che diede profonda risonanza al dramma. Anche la scrittrice Matilde Serao si occupò della triste vicenda. Il caso portò alla luce la triste condizione di queste donne, profondamente emarginate, sole, lontane da casa, senza l’affetto di parenti e amici, vittime dei soprusi di certe Amministrazioni comunali, dalle quali dipendevano e dal pregiudizio della gente. Con la legge Casati, infatti la competenza sulle scuole elementari e sugli insegnanti era demandatia ai Comuni, che ne stabilivano il salario, ridotto a 1/3, in caso di maestre, costrette ad occuparsi di classi numerose, miste: a volte fino a 150 bambini, dipendenti anche nell’alloggio dalle Amministrazioni, che potevano favorirti o danneggiarti.

Si dovette aspettare fino al 1911 per ottenere che le scuole passassero sotto lo Stato. Si può dire che anche la triste vicenda della sventurata maestra, Italia Donati, contribuì a portare avanti la campagna per ottenere la giusta definizione delle competenze.

Nel 2003 Elena Gianini Belotti ha pubblicato il romanzo Prima della quiete, in cui racconta la storia di Italia Donati

 

Franca Furbatto

 

Cappella Santa Caterina – Volpiano

domenica 18 gennaio 2015

La cappella di Santa Caterina si trova sulla strada che va a Lombardore. Nel 1699 Monsignor De Soyrier, durante la sua visita pastorale, parla della cappella come dedicata non solo a Santa Caterina, come risultava già nel 1585, ma anche a Sant’Antonio ,questa precisazione é contenuta solo in questa visita, non verrà più riportata , ne’ in quelle precedenti, nè nelle visite successive. Era presente un solo altare in laterizio, appoggiato alla parete, con la croce, i candelabri e tutte le altre suppellettili per il decoro dell’altare. La cappella non possedeva nè beni, nè oneri e la messa si celebrava solo una volta l’anno, in occasione della festa di Sant’Antonio e talvolta per la festa di Santa Caterina. Nella visita del 1729 nella relazione di Don Bongino Domenico per il vescovo De Nicola, risulta che nella pala d’altare della cappella  sia raffigurata Santa Caterina d’Alessandria con Sant’Antonio da Padova e la Beata Vergine Maria, testimonianza del periodo in cui la cappella era dedicata ad entrambi i santi. La cappella é descritta con il suo uscio, cinque finestre e un porticato, sostenuto da due piloni. L’edificio é della comunità ed ha reddito da colletta, gestita da due rettori, come tutte le cappelle di Volpiano. Nel 1751 Monsignor De Villa descrive la cappella con l’altare appoggiato alla parete, senza la tavola e la pietra consacrata, ma con un’icona antica scolorita della Santa titolare dell’altare, davanti alla quale era collocata la mensa dell’altare dipinta. la chiesa era provvista degli ornamenti e del materiale per le messe. Nel 1777 Monsignor Pochettini descrive la cappella con volta imbiancata, pavimento in mattoni, altare in laterizio dedicato a Santa Caterina Vergine e martire, con un’immagine sgraziata e lacerata. La cappella possedeva anche qualche albero di buona qualità, affittato annualmente. Ne venne decretata l’interdizione finché non fosse stata messa a posto, rinnovata l’immagine della Santa, provvista degli arredi necessari e istituita una “tabella secretarum”, necessaria per officiare. Occorreva inoltre provvedere a mettere le grate alle finestre per evitare l’accesso degli uccelli. Di lì in avanti non si fa riferimento, nelle visite pastorali successive a nuove notizie relative alla cappella. E così si arriva ai giorni nostri. Si é a conoscenza di una ristrutturazione avvenuta vent’anni fa, ma non si forniscono particolari. La cappella si presenta oggi con un arco soretto da due pilastri e due archetti ai lati. In alto sulla facciata color rosa salmone sono state applicate le lettere ” S . C” , Santa Caterina. L’interno ci mostra un piccolo ambiente con pareti dipinte di rosa e la volta di azzurro cielo, la decoarazione presenta dei semipilastri dipinti di azzurro agli angoli dell’aula e a metà delle pareti laterali degli stucchi bianchi. L’altare addossato alla parete é in laterizio, a tre gradini e dipinto di rosa, al centro c’é una teca lignea con la statua di Santa Caterina d’Alessandria  di recente fattura. La santa regge  un libro nella mano sinistra , mentre sulla destra sono raffigurati una  palma e una ruota dentata simboli del martirio. Nella chiesa ci sono altre statue religiose e stampe, una via crucis recente e un ex voto raffigurante la Vergine Maria in alto, a metà affresco Santa Caterina e Sant’Antonio con il bambino e San Rocco, in basso a sinistra la nostra cappella vista lateralmente , mentre sulla destra c’é un toro e una mucca, e una scritta ” I fedeli del borgo Santa Catarina 1901″.  E questo é il resoconto delle visite pastorali riguardanti la cappella , tratto dalla tesi di Valentina Arrigo.

Santa Caterina d’Alessandria é venerata come vergine e martire, sia dalla chiesa cattolica che da quella ortodossa. La sua nascita avvenne intorno al 287 d.C. ad Alessandria d’Egitto. Della sua vita si sa poco ed é difficile distinguere tra realtà storica e leggenda popolare. Secondo la tradizione Caterina era una bella ragazza egiziana, istruita nelle arti liberali, per altri, figlia di re. Nel 305 furono indetti ad Alessandria solenni festeggiamenti in onore di Massimino Daia, nominato imperatore romano per l’oriente. Caterina che si era convertita nel frattempo al cristianesimo, si rifiutò di fare sacrifici all’imperatore e di adorare gli dei romani, proclamando di riconoscere solo Gesù Cristo, come salvatore dell’umanità. L’imperatore colpito dalla sua bellezza, convocò un gruppo di studiosi per convincerla a convertirsi. Caterina parlò con i saggi convincendoli a convertirsi a loro volta al cristianesimo, e questo avvenne. L’imperatore condannò allora i saggi e Caterina a morte, tramite tortura su di una ruota dentata. Lo strumento di tortura si ruppe e Caterina così fu decapitata. Secondo la leggenda il corpo di Caterina fu portato dagli angeli sul monte Sinai, dove nel VI secolo, ad opera di Giustiniano ,sorse un monastero che porta il suo nome. La sua festa ricorre il 25 novembre ed é la protettrice della moderna giurisprudenza, e dell’Università di Siena e di Padova.

Santa Caterina - Volpiano    Interno  SC    Interno SC  1 Santa Caterina

 

Franca Furbatto

Ex manifattura Tabacchi – borgo Regio Parco

giovedì 18 dicembre 2014

Ex manifatturaManifattura bombardata 1943foto(1)foto(1) foto(2)

Visitando l’ASTUT, l’archivio di apparecchiature scientifiche usate nell’ambito dell’Università, all’interno della ex Manifattura Tabacchi, abbiamo ripercorso anche la storia dello stabilimento, all’interno di un quartiere prettamente popolare: Regio Parco. Strano nome quindi per un borgo operaio….Dobbiamo risalire ad Emanuele Filiberto, al 1563, quando trasferì la capitale da Chambery a Torino. Provvide immediatamente a far costruire la Cittadella fortificata, per proteggere la città e volle espandere le sue residenze oltre le mura verso nord acquistando da proprietari diversi 81 giornate piemontesi di terreno boscoso, trasformandole poi in parco, alla confluenza della Dora e della Stura nel Po. Furono piantate 17000 piante e si creò un vivaio. La bellezza di questo luogo, pare ispirò il Tasso, nella descrizione del giardino di Armida (Gerusalemme liberata), durante il suo soggiorno a Torino nel 1578 . Emanuele Filiberto introdusse la bachicoltura e la trasformazione da podere modello a dimora di caccia fu opera del figlio Carlo Emanuele I, ampliando il parco a 230 ettari. All’interno del parco fu costruito un castello, ad opera dell’architetto Croce e fu chiamato Viboccone. Per affrescare le stanze fu richiesta l’opera del Moncalvo. Il castello era delimitato da scaloni, portici, colonne, sovrastato da una cupola. Purtroppo la prematura morte di Carlo Emanuele I contribuì all’abbandono del castello da parte dei reali.
Durante gli assedi di Torino del 1640 e 1706, ad opera dei francesi, purtroppo il castello fu distrutto, rimase il parco che diede il nome al borgo. La zona cadde in abbandono, fino al 1829, quando si decise di costruire il cimitero monumentale. Al posto del Viboccone, nel 1760, sorse la Regia Fabbrica dei Tabacchi, per volontà di Carlo Emanuele III. La fabbrica doveva contenere in un unico luogo “la piantagione, il semenzaio e pendaggio delle foglie”, nonché la lavorazione (tritatura e pestaggio) per ridurre le foglie in macinato e polverine. La lavorazione del tabacco e successiva trasformazione, erano severamente controllate dallo Stato, in quanto monopolio. All’inizio si confezionavano solo sigari, poi dopo la guerra di Crimea, venne introdotta anche la lavorazione di sigarette.
L’edificio progettato dai fratelli Ferrogio, fu fino al 1996 uno dei più antichi complessi industriali della città. Fino alla prima guerra mondiale, 1913, era più grande della FIAT, vi lavoravano 1728 operaie (le mani femminili, più minute, bene si prestavano alla lavorazione dei sigari), 183 operai, 25 impiegati, ma negli anni d’oro, arrivò ad accogliere fino a 2500 operai. Il complesso industriale presentava tre strutture: la Regia Fabbrica del Tabacco, la cartiera (che produceva carte da gioco, sempre in regime di monopolio) e la chiesa dedicata al Beato Amedeo. Alla cappella accedevano non solo i lavoratori interni, ma anche gli abitanti del borgo e delle cascine vicine. Nel 1885 la direzione revocò alla diocesi l’utilizzo della cappella, dopo circa un secolo di vita. La cappella fu sconsacrata e adibita a deposito. Fu bombardata durante la seconda guerra e abbattuta nel 1952.
Nel 1887 il cardinale Alimonda Gaetano, su progetto di Rivetti e Scarampi fece iniziare i lavori per la costruzione della chiesa dedicata a San Gaetano di Thiene. L’estetica della chiesa combina insieme gotico, romanico, bizantino. La chiesa costò 200.000 lire, in parte finanziate dal Comune e in parte da donazioni. E’ una delle poche chiese di proprietà del Comune, in Torino. La chiesa dà le spalle al borgo, questo perché si pensava che la città si sarebbe estesa in quella direzione, invece deviando il corso della Dora, l’estensione della città, avvenne in altra direzione.
Nei primi anni del ‘900, in seguito a continue modifiche, la Manifattura è ormai una vera e propria comunità autonoma. La fabbrica presenta infatti al suo interno il distaccamento della Guardia di Finanza, officine e falegnamerie meccaniche attrezzate per ogni tipo di lavorazione, mense per i dipendenti, un raccordo ferroviario che permette l’ingresso dei vagoni (dallo scalo merci di Torino Vanchiglia) all’interno dei fabbricati, locali per il diletto e per lo svago (un cinema teatro, una sala biliardo ed un bar) e soprattutto un asilo nido (denominato incunabolo) che, a partire dal 1 ottobre 1907, accoglie i figli dei dipendenti fino ai tre anni di età e degli alloggi per i dipendenti ricavati direttamente dagli edifici industriali (chiamati dagli abitanti del borgo “case della luce”, per via della presenza al loro interno di energia elettrica prodotta dalle turbine). A queste strutture se ne aggiungono poi altre realizzate in epoca giolittiana soprattutto in funzione delle necessità dei dipendenti: la scuola materna Umberto I , tuttora operante e la scuola elementare Rurale del Regio Parco, che nel 1921 muta il nome in scuola elementare Giuseppe Cesare Abba, valoroso soldato, cronista nella spedizione dei Mille. Nel 1878 il Comune infatti deliberò l’acquisto di un terreno di fronte alla Manifattura, dove sorgevano i giardini del Viboccone, per la costruzione della scuola elementare. La scuola cominciò a funzionare nel 1905, espandendosi via via secondo le esigenze del borgo. Tutto gravitava intorno alla Manifattura.
L’edificio di tre piani, sede della Manifattura tabacchi e ospitante delle abitazioni, fu colpito dal bombardamento del 13 luglio 1943, effettuato da aerei della RAF, con bombe di grosso e grossissimo calibro. I danni riportati dallo stabile furono lievi.
Negli anni Quaranta lavorano qui un fratello di Dante Di Nanni e Teresa Guala partigiani (madre di Vera e Libera Arduino) che contribuiscono a creare un forte nucleo ‘resistente’. Nella notte tra il 25 ed il 26 aprile del 1945 molti dipendenti, le squadre Sap e il distaccamento interno della Guardia di Finanza occupano l’opificio nel quale si combatte la notte successiva, quando gli occupanti aprono il fuoco contro una colonna tedesca che, in ritirata, transita in corso Regio Parco.
Nell’immediato dopo guerra la fabbrica raggiunge l’apice dei livelli occupazionali arrivando ad impiegare la ragguardevole cifra di 2.800-3.000 addetti. Ma si tratta, purtroppo, del canto del cigno. Infatti a partire dalla metà degli anni ’50 inizia un inesorabile declino che porta alla chiusura del reparto del trinciato da pipa e dei sigari (1960), lasciando in atto solamente la lavorazione delle sigarette prodotte oramai con macchinari moderni che portano alla totale scomparsa della figura della sigaraia. In fabbrica restano così poche centinaia di dipendenti: 400 negli anni ‘80 che si riducono a 180 nel 1996, quando il 19 marzo l’antico stabilimento cessa l’attività produttiva.
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Nell’anno 2002 è stata approvata la variante al Piano Regolatore che assegnava una nuova destinazione d’uso all’area in oggetto trasformandola da zona urbana di trasformazione ad aree destinate a servizi pubblici. L’intervento prevedeva l’insieme delle opere edili ed impiantistiche necessarie al recupero degli ambienti del piano terra dell’edificio situate di fronte all’ingresso carraio di Corso Regio Parco. Il progetto è stato teso a soddisfare la necessità dell’Amministrazione dell’Università di disporre di uno spazio unico e permanente destinato al Centro di Immatricolazione, con requisiti di accessibilità. L’area esterna all’edificio oggetto dell’intervento, delimitata per la zona necessaria alla fruizione del servizio, è stata riqualificata con l’inserimento di arredi e attrezzature per esterno (gazebo informativo, area di sosta con panchine, parcheggio biciclette) e parte dell’edificio, ca 2500 mq. sono occupati dall’ASTUT.

Franca