Archivio della Categoria 'Week end'

Filigrane del Giro d’Italia (terza tappa)

mercoledì 10 settembre 2014

Al passaggio della bufera l’empio cessa di essere,

ma il giusto resterà saldo per sempre. (Proverbi 10:31)

Sono oltre tre i mesi passati dalla pubblicazione della seconda tappa, tuttavia vorrei riprendere il giro che per tutto questo tempo ha forzatamente riposato. Desidero anche spiegarne il motivo, tra l’altro molto banale: l’elettrodomestico (tale è la mia irriverenza verso questo mezzo di scrittura) che mi serviva per tradurre dalla testa al video i miei pensieri si è rotto, in modo definitivo.

Avevo cominciato a pedalare da Fossano, dove mi ero fermato per raccontare la storia di Lorenzo, per dirigermi in Canavese, passando per Volpiano e poi fare tappa a Rocca Canavese, teatro di una delle più orrende stragi sul lavoro di cui si abbia memoria, senza che oggi ne sopravviva quasi traccia e ricordo.

Rocca, vent’anni prima del Novecento, contava oltre tremila abitanti; le nuove attività che nel frattempo si stavano sviluppando in Italia fecero sì che il comune lentamente si spopolasse. Nel 1924 la popolazione si era ridotta quasi di un quarto, e l’emigrazione è uno dei segnali che più prepotentemente connota un’economia locale.

Grande sollievo fu tra gli abitanti rimasti quando la Phos Italiana nel 1923 aveva aperto proprio a Rocca la sua fabbrica per la produzione di fiammiferi. Aveva anche un brevetto che le permetteva di primeggiare: i suoi erano fiammiferi la cui fiamma non si spegneva. C’era un piccolo però: la polvere che andava depositandosi sul pavimento durante la produzione faceva sì che, quando le si camminava sopra con gli zoccoli di legno, sotto questi ultimi sprizzavano scintille. Niente di cui preoccuparsi, così dicevano.

Erano state assunte qualche decina di operai: il salario era davvero misero, tuttavia contribuiva in modo determinante a condurre una vita migliorativa rispetto alla media. Erano quattro o cinque lire al giorno ma le ragazze, la forza lavoro era costituita prevalentemente da loro, erano contente: la maggior parte era ancora bambina, dai dodici anni in su. È l’età, questa, in cui la vita è come un’aiuola dove si spargono i primi fiori dei sogni e dove qualcuno comincia a seminare qualche piantina, per vedere se un giorno diventerà un albero robusto alla cui ombra ci si potrà anche ristorare dalle fatiche della vita.

È il 15 marzo 1924: un incendio si sviluppa; intervengono i Vigili del fuoco che da Torino per raggiungere il luogo del disastro, in relazione alle condizioni delle stradine canavesane dell’epoca, impiegano due ore. L’incendio divampa ed avvolge quasi del tutto l’intero fabbricato. Fra gli scoppi e nelle fiamme periscono ventun persone: le vittime sono tre operai e diciotto operaie tra i dodici e i vent’anni! Qualcuna si salvò, buttandosi da una finestra riportando “solo” la frattura a una gamba.

L’ultima operaia sopravvissuta al disastro morì nel 2003 all’età di novantasei anni, di quell’evento non ne avrebbe mai più voluto parlarne: certamente il ricordo di quell’esperienza terribile la deve avere provata per il resto della sua vita.

Foto RoccaIn quell’Italia di allora il disastro fu sottaciuto perché nel nostro Paese -da un paio di anni c’era una “nuova era” in Italia- tutto si diceva funzionasse molto bene, e in un Paese in cui tutto funzionava così bene, certi avvenimenti non avevano alcuna probabilità di accadere, o per meglio dire, anche quando fossero successi, non “dovevano” essere mai successi.

Ai funerali parteciparono, si dice, circa 10 mila persone da gran parte del Canavese.

I parenti delle vittime furono risarcite: il Sindacato Subalpino di Assicurazione pagò cinque annualità di salario cui si aggiunsero 52 mila lire derivanti da una sottoscrizione popolare.

Io una risposta me la sono data circa le radici del disinteresse e i possibili motivi della scomparsa della documentazione su questa tragedia sul lavoro, forse può essere solamente troppo politica: “Non era successo nulla”!

Saltiamo nuovamente in sella … la tappa sarà molto breve.

Filigrane del Giro d’Italia (seconda tappa)

domenica 1 giugno 2014

Al passaggio della bufera l’empio cessa di essere,

ma il giusto resterà saldo per sempre. (Proverbi 10:31)

Saltiamo in sella sulla nostra bici alata e cominciamo a pedalare da Fossano, dove nel 1904 è nato …

 

Lorenzo: dignità nella disperazione

“Lorenzo era un uomo; la sua umanità era pura e incontaminata, egli era al di fuori di questo mondo di negazione. Grazie a Lorenzo mi è accaduto di non dimenticare di essere io stesso un uomo”

(Primo Levi, Se questo è un uomo).

Lorenzo Perrone è un abile muratore; alla ditta, presso cui lavora, vengono richiesti operai esperti da impiegare a Monowitz: questo campo di lavoro fu uno dei tre principali che formavano il complesso concentrazionario situato in prossimità di Auschwitz, in Polonia.

Tra “gli ospiti del Lager”, così come li definisce egli stesso in “Se questo è un uomo”, c’è Primo Levi: catturato il 13 dicembre 1943, arrivò ad Auschwitz nel febbraio 1944 e rimase qui internato ad Auschwitz III-Monowitz fino al gennaio 1945.

Né si può dire che Levi fosse particolarmente beneviso o godesse della solidarietà degli altri internati ebrei, come si potrebbe immaginare nella drammaticità in cui versava quella disperata comunità; il fatto di queste disattenzioni risiede nella sua non conoscenza dell’yddish.

Nell’immaginario collettivo quella dei campi di concentramento è da tutti considerata come un’esperienza limite dell’umanità, ma non dimentichiamo che non è stata solo ed unicamente nazista: circa 20 milioni di russi furono eliminati nei lager sovietici negli anni Venti e durante quelli del terrore stalinista. Questa sarebbe una stima molto prudenziale perchè non esiste certezza sul numero del genocidio sovietico: infatti Solgenitsin e altri dissidenti parlano in genere di 60 milioni di vittime!

E non trascuriamo neppure altri genocidi, ancora più recenti, per i quali ci sarebbe da scrivere lunghe pagine di orrori compiuti in nome di un’ideologia.

Torniamo a Levi e a Perrone: in qualche modo si conoscono (fonti diverse citano che uno dei due abbia sentito parlare in dialetto piemontese l’altro oppure viceversa).

In un clima di terrore, di freddo, di fame, di malattia e di immanente fine esiste solo “mors tua, vita mea”. Ma non sempre è così: ed ecco il perchè della granitica citazione iniziale.

Lorenzo Perrone viene a conoscenza della terribile condizione dei deportati. Nei momenti più bui dell’umanità, alcuni Uomini, quelli che meritano essere scritti con la U maiuscola, riescono ad esprimere i sentimenti più alti e più nobili.

A costo della propria vita, da quel momento e fino al dicembre 1944, procurerà, per sfamare Levi, un po’ di cibo in più, rinunciando a parte del suo, oppure, sembra, anche rubandolo dalla cucina; gli farà avere una maglia per proteggersi un po’ meno peggio dal rigori del freddo e manterrà, in modo rocambolesco, la corrispondenza con la sua famiglia.

In cambio di tutto questo non chiede nulla.

Per mettere in evidenza la bontà dell’animo e l’umanità di quest’uomo occorre raccontare l’ultimo incontro tra i due, che avviene mentre il fronte si avvicina  sotto pesantissimi bombardamenti: Lorenzo, in quel frangente e nonostante tutto, si scusa con Levi perché nella minestra, che gli sta porgendo, è finito del fango a seguito dell’esplosione di una bomba, senza fargli pesare il fatto che, nel portagli il piatto, è rimasto ferito a un timpano.

Perrone, si dice, sia tornato in Italia a piedi; giunto a Torino, va a far visita ai familiari di Levi: all’offerta di accettare almeno il pagamento del biglietto del treno, per abbreviare il suo ritorno a casa, rifiuta: “Sono arrivato fin qui a piedi, posso andare a casa ancora a piedi” si racconta abbia risposto.

Levi, attraverso Perrone, trova la forza per resistere alla disperazione e scriverà “Per quanto di senso può avere il voler precisare le cause per cui proprio la mia vita, fra migliaia di altre equivalenti, ha potuto reggere alla prova, io credo che proprio a Lorenzo debbo di essere vivo oggi; e non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi costantemente rammentato, con la sua presenza, con il suo modo così piano e facile di essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto al di fuori del nostro, qualcosa e qualcuno di ancora puro e intero, di non corrotto e non selvaggio, estraneo all’odio e alla paura”

Levi, finito l’orrore della guerra, prenderà contatto con Perrone e lo incontrerà a Fossano. Perrone si ammalerà e Levi provvederà al suo ricovero per curare la tubercolosi che gli sarà fatale. In suo onore darà alla figlia il nome Lisa Lorenza e al figlio Renzo.

Il 7 giugno 1998, Yad Vashem riconosce Perrone come Giusto fra le Nazioni. Il suo è il dossier 3712.

Il prossimo traguardo sarà a … qui in zona canavesana

L. Garombo

Filigrane del Giro d’Italia

martedì 27 maggio 2014

A cent’anni dalla nascita di Gino Bartali, il Giro d’Italia passa per la seconda volta a Volpiano: noi tutti ricordiamo Bartali per le vittorie in tre Giri d’Italia e le due nel Tour de France, l’accesa “guerra” con Coppi, due personaggi agli antipodi nello sport e nella vita che hanno diviso l’Italia di allora.

Tuttavia il “toscanaccio” ha un’ultima vittoria che nessuno potrà mai strappargli: l’alloro della sua vittoria più bella l’ha colto quando ormai qui sulla Terra non era rimasto che il vento delle sue volate.

Gino, negli anni della guerra, tra il 1943 e il 1944, si allenava, si allenava e si allenava ancora, percorrendo Firenze - Assisi e Assisi – Firenze in modo quasi maniacale, non un minimo di fantasia: la Toscana è davvero così bella che merita essere vista tutta. Perché limitarsi?

No, Gino sempre Firenze-Assisi e ritorno.

Erano i tempi in cui l’Italia era occupata, il termine esatto per me è questo, dal nostro “alleato” tedesco.

Certamente la noia lo avrà anche sopraffatto qualche volta, penso sia naturale; no, su di lui non ebbe mai effetto alcuno.

Firenze-Assisi e ritorno, poi di nuovo, pedalata dopo pedalata.

Gli saranno passati per la testa mille pensieri durante la monotonia di quel percoso, forse immaginava tattiche o strategie future; oppure riesaminava quelle delle vittorie passate?

Firenze-Assisi e ritorno.

Nella testa di Gino passava un solo pensiero: quello della strada, ma la strada giusta, che ognuno di noi ha da percorrere nella vita.

Firenze-Assisi e ritorno

Ogni tanto qualche pattuglia tedesca lo fermava, ma lui era Gino Bartali (si leggeva nome e cognome, ben visibile sullo stomaco e sulla schiena della maglia che indossava durante questi allenamenti), ma da buon toscano se ne liberava con qualche battuta e riprendeva sempre la strada, quella giusta.

Firenze-Assisi e ritorno

Quella che lui montava non era solo una bicicletta, tubi, manubrio o sella: era una specie di polveriera che poteva farlo “saltare in aria” ad un minimo errore; sì, perchè nei tubi del telaio, nel manubrio, nella sella erano nascosti documenti falsi che, abilmente occultati nella bicicletta, partivavo dall’Arcivescovado di Firenze per arrivare ad Assisi, documenti destinati a Ebrei che, in questo modo riuscirono a salvarsi dalle grinfie naziste.

E Gino, novello Mercurio a pedali … Firenze-Assisi e ritorno

E la strada, quella giusta, lo portò nel 2013 al giardino dei “Giusti tra le nazioni”: quasi un migliaio di ebrei Gli (non è un errore, merita la G maiuscola) devono la loro sopravvivenza.

Lui, Gino Bartali, toscano, gran campione delle due ruote, lui la strada giusta la conosceva.

Dopo un doveroso pensiero al ciclista puro, riprendo il discorso della tappa.

Al passaggio della bufera l’empio cessa di essere,
ma il giusto resterà saldo per sempre. (Proverbi 10:31)

Può sembrare molto strano abbia iniziato un commento alla tredicesima tappa del Giro d’Italia, che ha attraversato il nostro Comune proprio venerdì, con una citazione biblica. Tuttavia il nesso esiste, eccome!

Quella di venerdì non è stata una tappa comune, bensì una tappa in cui si può anche percepire una sottesa celebrazione della dignità umana, fors’anche di avvenimenti o persone poco noti; e per alleviare la fatica di leggermi, lo pubblicherò a puntate.

Fossano – Rivarolo Canavese: poco meno di 160 chilometri ricchi di spunti attorno a questo argomento.

Comincerò da Fossano, dove …

A presto, anzi prestissimo

P.S. Filagrana non ha plurale, ma me lo sono voluto concedere egualmente.

L. Garombo

Madrid ultima puntata

giovedì 28 novembre 2013

Concludiamo quest’ultima puntata parlando della Cattedrale.

Cattedrale di MadridStrano a dirsi, ma la cattedrale di Madrid è stata consacrata solo recentemente, e precisamente nel 1993 da Giovanni Paolo II°, viaggio che effettuò appositamente per consacrarla e che rappresenta fino a quel momento un avvenimento unico, nella storia, per una chiesa al di fuori di Roma.

Motivo? Già Filippo II° aveva in progetto la costruzione di una cattedrale, ma tra le diverse ragioni che non ne permisero la realizzazione, la principale fu l’opposizione dei vescovi di Toledo che rifiutarono sempre la separazione, non volendo perdere il potere economico-politico-religioso sulla città.

Cattefrale di Madrid Portali d'ingressoSolo l’intervento di Leone XIII° nel 1885 fu risolutivo con la costituzione della diocesi di Madrid: subito dopo proseguirono i lavori iniziati già due anni prima.

Torniamo a Filippo II°: c’è da aggiungere che fu un uomo di fede, di una religiosità che oggi ci turba ancora, dal momento che si esaltava negli autodafé quando gli eretici venivano bruciati in piazza (!) e questo fatto è stato riportato da una rivista cattolica.

Cattedrale InternoParlare della cattedrale è raccontare una travagliatissima storia di mille anni e di cinque secoli di scontri tra il potere politico, che reclamava la cattedrale per la comunità ormai numerosa, e quello religioso che si opponeva per i motivi sopra ricordati. Dopo la Reconquista, l’allora moschea viene “riconvertita” in chiesa cristiana e dedicata alla Virgen de la Almudena (parola di derivazione araba che significa muraglia: sembra infatti che Alfonso VI° abbia trovato qui la Virgen).

Nei secoli successivi la chiesa, non ancora cattedrale, fu oggetto di ampliamenti e ristrutturazioni che si avvicendarono fino al 1777, anno in cui si procedette di fatto ad una ricostruzione completa per supplire al serio rischio di crollo.

Meno di un secolo dopo (1868) si arrivò alla decisione di demolire la struttura per ragioni urbanistiche; l’ultima messa si celebrò nell’ottobre di quell’anno e la parrocchia fu trasferita alla vicina Chiesa del Convento del Sacramento.

Cent’anni durò la nuova costruzione, più volte interrotta ed affidata a più architetti: il risultato è una miscellanea di stili, dal romanico, al neogotico, al neoclassico e al baroccheggiante, che lascia per lo meno perplessi e divide le opinioni del visitatore; ci piace pensare, come ultima ratio, che rappresenti l’amalgama delle popolazioni che hanno invaso, vissuto o sono state dominate dalla Spagna.

Cattedrale InternoUn’ultima notazione curiosa: la cattedrale è posta proprio di fronte al Palacio Real ed è rivolta da nord a sud, un orientamento per lo meno singolare e alquanto insolito per le chiese cristiane! (Potenza della politica?)

La facciata si presenta con una sovrapposizione di ordini architettonici, è racchiusa tra due alte torri campanarie, mentre sulla crociera svetta una doppia cupola con tamburo ottagonale. Al suo interno una serie di affreschi su sfondo dorato raffigurano la “corona misterica”, ovvero i momenti simbolici della vita di Cristo. I dipinti, ispirati alle icone religiose medievali, rappresentano il secondo avvento di Gesù: la crocifissione, la risurrezione, la pentecoste, l’ingresso a Gerusalemme e la dormizione di Maria.

Al di sopra degli affreschi, sette vetrate recano la scritta “parola” in varie lingue, con chiaro riferimento al “Verbo”. Mentre gli affreschi si ispirano all’iconografia classica le vetrate presentano per contrasto uno stile astratto.

Monumento a LuciferoUnico nel suo genere troviamo, sempre per le “stranezze” che s’incontrano in giro per il mondo, un monumento dedicato all’Angelo caduto (Lucifero): forse in nessun altro paese se ne può trovare un altro!

Un’ulteriore curiosità: in Spagna si va a scuola e al lavoro alle nove, si trasmette il telegiornale, quello pubblico alle quindici, si fa merenda intorno alle diciannove e i negozi chiudono alle ventuno. La prima serata in televisione finisce verso la mezzanotte e pub e locali notturni aprono all’una di notte. Un motivo c’è e prende avvio dal 12 maggio del 1942, quando l’allora dittatore Franco, per compiacere il suo “omologo” di Germania, adottò l’ora dell’Europa centrale. In inverno alle otto del mattino è ancora buio pesto: con l’ora locale sarebbero le sette e gli spagnoli si trovano quindi un’ora avanti rispetto a quella solare, d’estate le ore sono addirittura due. Recentemente è stata istituita una Commissione per la razionalizzazione dell’orario con lo scopo di conciliare più armonicamente vita familiare, lavorativa e pubblica.

Dal punto di vista geografico la Spagna, infatti, è molto più vicina a Lisbona che non a Berlino!

Marina Borge

Madrid

lunedì 4 novembre 2013

SpagnaPrima di raccontarvi il nostro breve viaggio, vogliamo ricordare assai concisamente la storia della Spagna facendone un super micro bignamino (ovvero duemila anni in … quattro righe)

Prima dell’era volgare, sulle sue coste hanno abitato Celti, Fenici, Greci e i Cartaginesi, che la sottomisero nel III° secolo a.E.V. per controbilanciare il dominio romano sul Mediterraneo.

Proprio l’alleanza di Sagunto con Roma, darà motivo a quest’ultima per conquistare la penisola iberica.

Facciamo un salto di cinque secoli: alla caduta dell’Impero romano si instaurano i Visigoti nel centro-nord che per un certo periodo convissero con gli invasori Bizantini al sud.

Giriamo una pagina lunga duecento anni: arrivano i Mussulmani che lasciarono un’indelebile impronta nella civiltà e cultura, non solo spagnola, ma anche europea, e, a differenza di quanto è l’oggi, convissero pacificamente con Ebrei e Cristiani.

La Reconquista inizia nell’XI° secolo più per ambizioni di potere che per credo religioso, anche se prevale quest’ultima convinzione nell’immaginario collettivo. Nel XVI° secolo la Spagna è la più potente tra le nazioni europee e il suo impero si estende in tutto il mondo conosciuto (Sul mio regno non tramonta mai il sole, dirà Filippo II°). Poi gli Asburgo, i Borbone, Napoleone Bonaparte e una prima restaurazione borbonica alla quale si contrappone la Gloriosa rivoluzione al cui termine, per sei anni, la Spagna è alla ricerca di un nuovo assetto politico, che culmina con la proclamazione a re di Amedeo di Savoia. Alla sua abdicazione fu proclamata la Prima Repubblica schiacciata da una nuova e seconda restaurazione Borbonica.

Una successiva dittatura, una seconda Repubblica e la Guerra civile spagnola, nel 1939, portano al potere Francisco Franco. La Spagna rimane neutrale durante la IIa guerra mondiale (così com’era stata nella Grande Guerra).

E siamo ormai prossimi ai giorni nostri: alla morte di Franco nel 1975 c’è la terza restaurazione borbonica che porterà alla transizione democratica sette anni dopo.

Nel settembre del 2013 la Spagna sarà nuovamente “invasa” …stavolta da due turisti (e non è neanche la prima volta). La nostra vuole quindi essere una testimonianza: quella di aver trovato Madrid pulita e splendente con le sue mille vetrine, le sue piazze e fontane ma soprattutto i suoi magnifici palazzi sette-ottocenteschi. La capitale della Spagna è la più elevata tra quelle europee, la sua altitudine media è di 668 metri sulla Meseta e dista in linea d’aria circa 500 km sia da Barcellona che da Lisbona.

La città tuttavia nasconde una peculiarità. A differenza di quasi tutte le capitali europee, che hanno un fiume che le attraversa, parte integrante di abitazioni, parchi, strade e quartieri, ebbene, fino a qualche tempo fa Madrid non lo aveva.

Il motivo? Il Manzanares per secoli è stato bloccato dalla M-30 e dalle sue auto (supponiamo sia o fosse una grande arteria stradale). La bella notizia è che il fiume è “resuscitato” ed ora i turisti possono avvicinarsi alle sue sponde per ammirare gli antichi ponti di Segovia e di Toledo o scendere su di una spiaggia urbana. Proprio come fanno i Torinesi, ma anche Parigini e Londinesi. Madrid non solo si è riappropriata del suo fiume ma questa decisione ha anche fatto nascere una zona completamente nuova che si chiama Madrid Rio. Un esempio di come sia stato possibile non solo coniugare aspetti ludici, ambientali, sportivi e culturali, ma anche integrare i quartieri delle due sponde del Manzanares.

Curiosità: durante la nostra permanenza in città abbiamo visto e contato più coppie gay che auto Fiat. Non avendo, beninteso, nulla contro i primi, la nostra unica e seria preoccupazione è stato il dover constatare la totale assenza delle seconde.

Madrid Plaza MayorIl nostro itinerario non può iniziare che da Plaza Mayor, una delle più belle e antiche piazze di Madrid, un grande quadrilatero chiuso da edifici e portici che risalgono agli inizi del XVII secolo. Qui si trova la Casa della Panaderia con affreschi sulla facciata e un tempo dimora dei sovrani, mentre poco più in là fa bella mostra di sé la statua equestre di Filippo III°. Sull’altro lato della piazza la casa della Carniceria ora sede degli uffici Municipali e ancora, l’Arco di Cuchilleros.

I portici, la cui funzione principale era quella di permettere ai regnanti dell’epoca di poter passeggiare anche nelle giornate di pioggia, ora offrono al turista scorci interessanti, vecchie insegne, antiche testimonianze storiche, negozi e ristoranti. Da questa piazza parte la caratteristica via Toledo sulla quale si affacciano la chiesa seicentesca di San Isidro el Real e il collegio Imperial, per poi raggiungere la porta di Toledo (1827).

Madrid Puerta del solLa Puerta del Sol è una piazza che prende il nome da una porta dell’antica cinta muraria; non distante dal nostro albergo, abbiamo deciso di tornarci la sera stessa per goderci l’effetto notte e lì abbiamo capito cos’è la “movida”. La folla arrivava incessantemente da ogni direzione riversandosi attorno alla bella fontana e al monumento presenti al centro della piazza. Occorre tener presente che da qui si dipartono la via di Alcalà, sede di uffici e banche e la via dell’Accademia delle Belle Arti.

Solo quando abbiamo volto lo sguardo verso queste due strade, ci siamo resi conto della fiumana di gente che presto si sarebbe aggiunta a quella già presente.

Pietra del km 0

La calca del momento non ci ha impedito, tuttavia, di leggere e fotografare quanto era scritto sul marciapiede – km 0 – che sta ad indicare il punto da cui vengono misurate le distanze da altre città.

È bene comunque sapere che la “movida” non è solo questo. Alla fine degli anni settanta la riacquistata libertà diede grande impulso ad un’importante corrente creativa che si sviluppò attraverso la musica, il cinema, la pittura, la fotografia, la letteratura, la moda e la notte…Madrid fu protagonista di questa inquietudine sociale esportando nel mondo la Movida, un movimento culturale senza pregiudizi che venne vissuto nei locali pubblici, in case particolari e sui palcoscenici ma soprattutto nelle strade.

Tocca sempre ricordare in questi casi, parlando di questa città, la famosa frase di Hemingway, “Qui a Madrid nessuno va a letto prima di avere ucciso la notte.” Siete avvisati.

Marina Borge

Matita rossa e blu

lunedì 11 marzo 2013

Nel corso della nostra vita, con una buona dose di fortuna, ci può succedere di conoscere persone che spiccano tra le altre senza avere, per forza, quelle precise caratteristiche richieste dai tempi in cui viviamo. Al contrario le loro esistenze si srotolano, giorno dopo giorno, tra le pieghe di una quotidianità comune alla maggior parte dei luoghi, indipendentemente dalle loro dimensioni. I vantaggi di vivere in un centro, né troppo grande né troppo piccolo, dove le relazioni interpersonali sono meno complicate, fanno sì che il tessuto urbano diventi via via sempre più solido.

Può accadere che le persone straordinarie ricoprano ruoli importanti, a loro stessa insaputa, fino a rappresentare un punto fermo per l’intera collettività. Credo si debba sempre tener presente che, dietro la porta di ogni abitazione, si cela un piccolo universo traboccante di idee che circolano anche a beneficio di chi si avvicini ed entri in quella casa.

La signorina R. si sposta raramente e quasi mai oltrepassa i confini del paese, dove inizia la campagna. Non ce n’è bisogno; ogni pomeriggio quando apre il portone della sua casa che si trova in centro, un nugolo vociante di ragazzini si infila nella stanza adibita ad aula, che si trova al piano terra. Il suo è un piccolo mondo, se ragioniamo in termini puramente spaziali e considerando la sfera d’azione in cui opera ma, credetemi, molto grande dal punto di vista dei contenuti. Tutti i giorni, con l’arrivo degli allievi, ciò che si riversa su di lei è paragonabile ad un torrente in piena.

Informazioni di ogni genere, curiosità, notizie, commenti e mugugni si fanno strada attraverso il vecchio muro prospiciente la via principale. Un rituale che si rifà e funziona come un vero “tam-tam” stavolta di fattura italica. D’altro canto la sua affabilità e disponibilità ad ascoltare e saper cogliere le confidenze della gente fanno sì che per molti di noi sia diventata un punto di riferimento. In passato in quella stanzetta ha preso posto anche qualche adulto con la necessità, impellente, di recuperare gli anni perduti per conseguire un diploma, sfuggito per mancanza di tempo o di mezzi. Credo sarebbe molto difficile poter dire quante siano state, finora, le generazioni che si sono avvicendate su quei “banchi”, tutte accomunate da un unico scopo: spendere bene quel tempo per recuperare le troppe ore perse o sciupate a scuola, come spesso si tende a fare a certe età. Genitori e nonni le hanno sempre affidato i loro rispettivi figli e nipoti con l’assoluta certezza che i buoni risultati non si sarebbero fatti attendere.

Nel corso della mia carriera scolastica anch’io ho fruito del suo aiuto, intendiamoci, senza peraltro far sì che in seguito io potessi amare la ragioneria. Un’impresa del genere non è riuscita a nessuno. Tuttavia ero certa che per rimediare mi sarebbero bastate le sue spiegazioni, così semplici, chiare e talmente efficaci da produrre su di me un effetto paragonabile ad un’iniezione di fiducia. Oserei dire che era riuscita persino a mutare il mio atteggiamento verso quella materia così detestata, infondendomi un cauto ottimismo che, vi lascio immaginare, è durato qualche mese appena.

È per questo motivo che quando a volte si parla di “vere istituzioni” non posso fare a meno di pensare a lei, figlia di una borghesia d’altri tempi. Il padre, veterinario, era allora di diritto considerato un notabile del paese, pertanto, come spesso succedeva tra i ceti medio alti, le ragazze venivano indirizzate all’insegnamento. Devo dire che, da parte sua, è stata una vocazione abbracciata con slancio, tale da diventare una vera missione, senza peraltro mai spostarsi dalla sua dimora abituale. Insomma “un’insegnante” che per insegnare non ha mai avuto bisogno di una scuola vera.

Se rifletto sul suo stile di vita mi viene in mente l’aggettivo “autarchico” senza per questo volere da parte mia restringere troppo il significato del termine in quanto, associarlo alla sola idea di autosufficienza economica, sarebbe un errore. La filosofia di vita della signorina R. si rifà, nel concepire l’esistenza, a modalità di tempi ormai molto lontani da noi, di quando non si sentiva la necessità di circondarci di troppe cose inutili e dalle quali tutti noi ora dipendiamo senza potercene più liberare. Il suo modo così sobrio di concepire il quotidiano è quasi come se il tempo per lei si fosse fermato agli anni più difficili di un passato che pochi di noi rimpiangerebbero, abituati come siamo ad avere il “superfluo” a portata di mano.

Vi è nella nostra cittadina un appuntamento annuale nel corso del quale vengono esposte le cosiddette foto d’epoca. Visitare la mostra permette di rivivere attraverso le immagini del passato momenti unici perché dimenticati e significa avere l’opportunità di riconoscere i propri concittadini in bimbetti ormai diventati nonni, con fiocco e grembiulino in posa accanto alle suore dell’asilo. La signorina R. vi compare in una foto in compagnia di due amiche ed è riconoscibile per via dell’identico sorriso che ha conservato nel tempo. Anche i riccioli sono gli stessi, la differenza sta solo nel colore.

Molti anni fa è mancata la sua mamma, una signora amabilissima proprio come lei e per me è stata l’occasione per farle visita e salire al piano di sopra. Appena entrata mi ricordo di aver pensato a quanto l’intera ambientazione di quella stanza somigliasse al Meleto, la villa del Gozzano che ho avuto la fortuna di visitare. Le mie non sono state semplici suggestioni, piuttosto ho provato una sorta di piacere di ritrovarmi in stanze arredate in giorni lontani e con un gusto che si rifaceva ad un altro secolo.

Fin da subito ho avuto la netta sensazione che in quella stanza ogni oggetto occupasse il proprio posto da tempo immemorabile, preservando così una particolare atmosfera che si respira solo in certe case. È come se la polvere che si era depositata su mobilio e suppellettili avesse il preciso compito di custodire per sempre il prezioso involucro, in questo caso la sua famiglia o quel che ne era rimasto, con tutto l’amore, i ricordi e gli affetti di una vita.

La protagonista del nostro racconto continua a portare avanti la propria missione da ormai settant’anni e va ben oltre le materie scolastiche e la semplice didattica.

Ho spesso immaginato che la signorina R. da sempre indossi i panni di un personaggio d’altri tempi, direi ottocentesco; oggi, con i suoi ottantasette, anni potrebbe a buon diritto entrare fra le pagine di Edmondo De Amicis in compagnia della signorina Eugenia Barruero, la maestrina della penna rossa, e, proprio come lei, ancora senza la penna usb.

Marina Borge

Post scriptum

L’altro giorno ero a casa della Signorina R.; durante la piacevole conversazione mi ha detto che la famosa maestrina dalla penna rossa di deamicisiana memoria è stata l’insegnante della sua mamma, avvalorando così l’autenticità del personaggio.

La città del vento (2 puntata)

martedì 27 novembre 2012

La cattedrale di San Giusto merita un discorso a sé per il contesto molto interessante in cui è inserita.

Trieste Teatro romano - paricolareSi tratta infatti di compiere un “viaggio” nel cuore di Tergeste, la Trieste Romana, che si estendeva tra le rive e il colle ora di San Giusto. Partiamo dal teatro romano che risale all’età augustea, con rifacimenti ai tempi di Nerone e ancora in epoca Flavio-Traianea, di cui si possono ammirare l’ambulacro, le gradinate e le basi dei pilastri. Il teatro aveva una capienza di circa 6.000 spettatori e all’epoca si affacciava sul mare.

Trieste San GiustoOra ci aspetta l’ardua salita verso la sommità del colle, la fatica viene però  ampiamente ripagata dalla bella cattedrale nata nel XIV secolo dalla fusione di due basiliche preesistenti del IX e X secolo. La chiesa è adagiata su un’area di epoca romanica e la facciata è   impreziosita da un rosone gotico in pietra bianca. All’interno, cinque navate ricche di opere d’arte mentre di notevole effetto sono i mosaici dell’abside e delle pareti.

Poco più in là, realizzato tra il 1471 e il 1630, il castello di San Giusto che fu il cuore della città antica. La sua costruzione iniziò alla fine del XV secolo, con pianta irregolare e una parte centrale voluta da Federico II nel 1471, mentre i bastioni risalgono ad epoche successive. Il castello non esercitò mai funzioni difensive: ebbe solo il ruolo di controllo della città.

Ridiscendiamo a valle per apprezzare uno degli edifici sacri più importanti di Trieste, la parrocchiale di Santa Maria Maggiore, detta dei Gesuiti, per ricordare la sua origine. La chiesa rappresenta per Trieste l’unico esempio in stile barocco;  venne edificata per volontà della Compagnia di Gesù a partire dal 1627 e fu dedicata all’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria.

Trieste Palazzo delle PosteVi abbiamo accennato, all’inizio, ai bei palazzi di Trieste che non sono solo concentrati sulla Piazza Unità d’Italia ma li trovate disseminati in tutto il centro cittadino. Meritano una particolare attenzione, in piazza Vittorio Veneto, il Palazzo della Posta e quello delle Ferrovie, posti uno di fronte all’altro. Se chiudete gli occhi e riandate con la mente ai tempi di Maria Teresa d’Austria potreste anche credere, per un attimo, di trovarvi a Vienna o a Budapest. Il primo, in stile eclettico, risale al 1894, la sua facciata  svela ancora tutti i fasti di quell’epoca e grazie ad una perfetta conservazione non dimostra i suoi anni.

Il suo dirimpettaio, costruito nel 1840 nello stesso stile, sarebbe altrettanto splendido: basterebbe solo sostituire le persiane deteriorate delle numerosissime finestre. Si prova un senso di amarezza  il dover constatare, quando si alza lo sguardo, una così stridente differenza tra i due edifici. Ne va dell’armonia dell’intera piazza.

Ma ritorniamo, dopo quello di San Giusto, a parlare di castelli.

Trieste Castello di MiramareIl più conosciuto è senz’altro quello di Miramare, raro esempio di dimora nobile di metà Ottocento. Già al termine della strada costiera, arrivando da Venezia si resta abbagliati da quel bianco edificio adagiato su un promontorio che sembra voler entrare nel mare. Il maniero e il suo parco sorsero per volontà di Massimiliano d’Asburgo che giunse per la prima volta a Trieste nel 1850. Nel 1855, divenuto contrammiraglio della flotta austriaca, decise di stabilirsi in città. Per lui l’architetto Carl Junker progettò Miramare secondo precise linee indicate dal suo cliente che dovevano rispettare lo stile eclettico allora di moda.

Massimiliano e sua moglie, Carlotta del Belgio, entrarono nella nuova dimora nel 1860 ma nel 1864 erano già nuovamente in partenza per il Messico. A Massimiliano, infatti, era stata offerta la corona di imperatore di quel paese dilaniato da gravi contrasti interni. Là purtroppo finì i suoi giorni: fu fucilato a Queretaro nel 1867. Carlotta, rientrata in Europa, cominciò a dar segni di squilibrio mentale e, dopo essersi ritirata per un po’ di tempo nel castelletto all’interno del parco, tornò in Belgio dove morì nel 1927.

Gli interni del castello presentano stili molto diversificati che, se in parte rispecchiano le tendenze  dell’epoca sono tuttavia, specie per quanto riguarda l’appartamento di Massimiliano un po’ troppo eccentrici. La sua stanza da letto ricorda la cabina di una nave e lo studio prende a modello il quadrato di poppa della fregata “Novara”. Decisamente più ordinari l’appartamento di Carlotta e alcune stanze al primo piano, ristrutturate negli anni trenta, per ospitare il duca Amedeo d’Aosta e la sua famiglia.

Tutti gli ambienti sono stati conservati, sino ad oggi, con i mobili originali e arredati prima secondo il gusto razionalista per poi passare allo stile neorinascimentale e neobarocco,  tipici della moda del secondo Impero. Per ultime visitiamo le varie sale di rappresentanza, i salotti orientali, la sala dei Regnanti, delle udienze, la storica e infine la sala del trono, la più importante del maniero.

La giornata era stupenda e molto invitante per passeggiare in quello che credevamo fosse davvero una mescolanza di giardino botanico, giardino all’inglese e all’italiana, ricco di piante rare e esotiche, come riportava la nostra guida.

Il colpo d’occhio era innegabilmente bello ovunque si posasse lo sguardo ma, quando abbiamo imboccato il sentiero per addentrarci nel parco, la cui estensione copre ben 22 ettari, abbiamo provato una grande delusione. In luogo dei fiori esotici abbiamo visto solo erba secca ovunque e, salendo nella parte alta del bosco, abbiamo notato quanto la vegetazione fosse incolta e come tutt’intorno regnasse un senso di disordine e d’incuria.

Vi confessiamo che siamo rimasti molto meravigliati per questa situazione e prima di lasciare il castello abbiamo chiesto quale fosse il motivo di un tale degrado. La risposta è stata sconfortante:  il castello, fino a qualche tempo prima era curato dalla Regione che aveva un particolare riguardo per la sua manutenzione; poi è passato sotto la “giurisdizione e la tutela” del Ministero dei beni culturali e, di conseguenza, ogni decisione adesso spetta a Roma: questo è il risultato. No comment!

Prima di chiudere ecco la curiosità che vi avevamo promesso. Dal 1926 al 1934  fu istituito un collegamento giornaliero da Torino a Trieste effettuato con un idrovolante che copriva la distanza fra le due città (575 Km) in 5 ore.

Vi aspettiamo per l’ultima puntata

Marina e Luciano

La città del vento

lunedì 19 novembre 2012

Siamo arrivati nella città del vento. State pensando a Chicago? No, non abbiamo varcato l’oceano: per raggiungere la nostra destinazione è stato sufficiente imboccare un’autostrada ed andare verso est, nell’estremo est. L’autorevole Lonely Planet l’ha inserita tra le prime al mondo delle città “nascoste”; bella, ma sottovalutata e snobbata dagli italiani, è per sua fortuna molto amata dai turisti mitteleuropei. Si tratta, l’avrete senz’altro già capito, di Trieste che abbiamo scoperto avere una certa affinità con Torino.

Riccardo Illy, ex sindaco, ama molto il Piemonte e di recente ha parlato di Torino come la perfetta capitale del gusto; in passato per la sua città aveva scelto la ricerca scientifica, il porto e il turismo. Quest’ultimo praticamente prima non esisteva ed oggi, nonostante la recessione, continua a crescere.

Trieste Cielo e mareEvelina Christillin durante un convegno sul turismo triestino si è riferita al modello Torino che con le Olimpiadi ha fatto rinascere una città di confine ed incrementato il turismo, e questo farebbe bene anche a Trieste.

Tutto vero anche se a noi manca pur sempre un elemento: il loro mare di cobalto solcato da una miriade di vele candide e, come se non bastasse per farci schiattare d’invidia, falesie, scogli e baie ad incorniciare un panorama che ricorda le isole dell’Egeo.

Trieste offre ai visitatori itinerari letterari, stili architettonici che vanno dal Neoclassico, all’Eclettico per arrivare al Liberty, luoghi di culto di religioni diverse che rispecchiano la storia complessa e variegata di una città che è stata asburgica, napoleonica, austroungarica, fascista, titina e, per un bel po’, anche americana.

Trieste Piazza Unità d'ItaliaOra però, se volete, vi prendiamo per mano per condurvi in piazza Unità d’Italia, vasta, perfetta, direttamente affacciata sul mare, che non ha eguali in tutto il resto d’Europa. Volgiamo le spalle al mare e da sinistra a destra ci vengono incontro il Palazzo del Governo, la sede della Prefettura, Palazzo Stratti, Palazzo Modello, Palazzo del Municipio, Palazzo Pitteri, Palazzo del Lloyd Triestino ora sede della regione. La piazza è arricchita da altre due testimonianze settecentesche, la fontana barocca dei quattro continenti (il quinto, l’Australia, non era ancora stato scoperto) e la colonna con la statua dell’Imperatore Carlo VI.

Mauro Covacich ci racconta che “di sera poi la piazza sembra galleggiare e questo per via dei faretti azzurri infilati a scomparsa nella pavimentazione, portando un’idea di Venezia a lambire i portici del municipio”. Poco distante ecco il Canal Grande e sullo sfondo la chiesa di san Antonio Taumaturgo, imponente e sobria costruzione neoclassica.

James Joyce e il Canal GrandeSul Ponterosso la statua di James Joyce, in ricordo della permanenza dello scrittore nella città friulana, dal 1904 al 1915 e dal 1919 al 1920. Qui terminò la stesura di “Gente di Dublino” e di “Dedalus”. Anche la sua opera più celebre, l’Ulisse, fu impostata a Trieste dove scrisse alcuni dei suoi capitoli più significativi.

Trieste San Spiridione (Mosaici)Nel Canal Grande si specchia la chiesa Serbo-Ortodossa di San Spiridione; il suo esterno è riccamente decorato: sulla facciata principale, sopra l’entrata, si trova il mosaico che rappresenta  il santo sovrastato da statue di altrettanti “colleghi” e più in alto spicca quello dedicato ai quattro Evangelisti con un medaglione raffigurante il Padre Eterno. Un altro mosaico è sul lato nord dove  sono raffigurati S. Michele e i Santi Attanasio e Gregorio Nazianzeno mentre a sud troviamo quello della Madonna con Bambino sovrastato da quello rappresentante San Basilio e San Crisostomo. All’interno ammiriamo tutta la magnificenza della tradizione bizantina con una presenza impressionante di decorazioni su smaglianti sfondi d’oro.

Ben trecento anni fa Carlo VI d’Austria concesse le Patenti improntate a una larga e lungimirante tolleranza nei confronti delle religioni acattoliche, incentivando così l’insediamento a Trieste di mercanti, imprenditori e artigiani di tutte le aree del Mediterraneo orientale. Questa grande apertura nei confronti delle altre religioni fece sì che i Serbi, allora chiamati Illirici, pur cristiani ma di rito orientale, si stabilissero in città a partire dal 1736 fondando, assieme ai Greci, la prima Comunità Ortodossa. Nel 1782 le due comunità decisero di separarsi e i greci costruirono il tempio di San Nicolò.

Prima di passare alla seconda puntata che pubblicheremo più avanti, venite intanto con noi a degustare un buon caffè in uno dei tanti locali storici della città. Secondo i triestini il loro caffè è uno dei più buoni in assoluto dell’intero stivale, ma Luciano, che è un grande intenditore di questa bevanda, ha decretato che il migliore è quello gustato al porto di Napoli, e c’è da fidarsi.

Questo avvalora quanto abbiamo detto sopra circa le affinità che avvicinano le due città: questi caffè non fanno nulla per ostentare la propria storicità, e nonostante tutto si riconoscono facilmente.

Trieste Caffé storico Stella PolareCaffè Tommaseo, Caffè Stella Polare, Caffè degli Specchi sono da sempre un’istituzione ma, su tutti, il Caffè San Marco ha  meglio resistito nel tempo ai cambiamenti estetici delle varie gestioni: le sue specchiere, i tavolini in marmo e ghisa, il vecchio bancone in legno scuro sono rimasti quelli dell’apertura avvenuta nel 1914, e – ancora -  leoni veneziani riprodotti su soprammobili, ottoni e lampadari ci riportano in un’atmosfera rétro. A Torino quando si entra da Mulassano, da Baratti, al caffè Torino piuttosto che al San Carlo per non parlare del Bicerin ritroviamo arredi e un’atmosfera che si avvicinano molto ai locali  della città giuliana. La differenza sta nel fatto che a Trieste la letteratura ha, da sempre, occupato gli spazi di questi caffè, entrandovi con le discussioni e le conversazioni dei più importanti scrittori vissuti in città. Italo Svevo, Umberto Saba, Scipio Slataper, James Joyce hanno parlato, mangiato e bevuto seduti a quei tavolini.

Al Caffè San Marco con un po’ di fortuna si può incontrare  Claudio Magris, germanista e critico, nato a Trieste e laureatosi a Torino dove è stato ordinario di lingua e letteratura tedesca, dal 1970 al 1978. Stavolta le due città condividono un grande scrittore, l’autore di “Danubio” un saggio che ti  accompagna dalle fonti del fiume alla foce con tutto il suo carico di storia. Si viaggia, pur stando a casa, attraverso tutta la Mitteleuropa in un caleidoscopio di parlate e costumi diversi tuttavia il grande pregio di questo libro è e rimane l’approfondimento.

La grande capacità dell’autore è di mettere in stretta relazione discipline  tra loro così diverse come la diplomazia e l’architettura, la storia e la musica, la geografia e il teatro e di incastonarvi re e imperatori, dittatori e loro accoliti, benefattori dell’umanità e sterminatori della stessa, poeti e scrittori. Dalle sue pagine scritte emergono  uomini con  il cilindro in testa e  dame con i loro lunghi abiti: è una rappresentazione grandiosa di quelle genti che hanno abitato o abitano le rive del lungo fiume.

La specializzazione è monografica, la cultura no.

Abbiamo accennato in precedenza alle affinità tra Trieste e Torino, tuttavia c’è stato anche un collegamento che le ha unite: ve lo racconteremo nella prossima puntata.

Marina e Luciano

Taggia

lunedì 8 ottobre 2012

Contrafforti

Contrafforti

A volte c’è da chiedersi quante storie interessanti ci siano dietro ogni luogo, nel nostro caso la Riviera di Ponente. Esiste, o forse non più, un libro scritto e pubblicato nel 1855 a Edimburgo da Giovanni Ruffini da Taggia, patriota mazziniano e scrittore, esule in Inghilterra. Ruffini ha ambientato una storia d’amore e patriottismo nella sua amata terra; l’opera si intitola “Il dottor Antonio” e fu il  libro che svelò ai turisti britannici la bellezza di quel tratto di costa. C’è da crederci visto che, nel 1903 Edmondo De Amicis, ospite assiduo di Bordighera dirà “che fra i primi inglesi che vennero qui a passare l’inverno non c’era nessuno che non avesse letto il dottor Antonio.”

Il nome Taggia deriva dalla romana Tabia  “in riva al mare” e non si conosce l’epoca esatta della costruzione del borgo medievale. Sembra che sia stato, da principio, sede di un priorato dei Benedettini per poi diventare, nel sec. XI, un importante centro di vita comunale, facendo parte del Comitato di Albenga della quale porta lo stesso stemma crociato. Nel 1228 fu ceduta dai marchesi di Clavesana alla Repubblica di Genova. Ebbe una duplice cinta fortificata, una medievale con castello e una risalente ai sec. XVI-XVII delle quali  rimangono pochi resti.

Ponte romano

Ponte romano

Dopo aver fatto una breve passeggiata sul bel ponte romano a più arcate, prima di salire nella parte alta del borgo iniziamo la nostra visita proprio dalla piazza Eroi Taggesi dove, accanto ad un bastione, si trova l’obelisco con i medaglioni dei fratelli Jacopo, Giovanni e Agostino Ruffini. Ad attenderci “la guida locale” che sarà una vera sorpresa per chi avrà la pazienza di leggerci  ma di questo vi parleremo più avanti.

Portale e blasone in ardesia

Portale e blasone in ardesia

La prima cosa che ci colpisce sono gli imponenti voltoni e quando superiamo il secondo si apre davanti a noi la piazza Card. Gastaldi dove si trova la Parrocchiale (Ss. Giacomo e Filippo) ricostruita tra il 1675 e il 1681. Appena poco più in là la piazza Luigi Carlo Farini con una bella fontana quattrocentesca, il seicentesco Palazzo Lercari, sede della Pretura, e più avanti il Palazzo Spinola del 1735. Andiamo verso la Porta dell’Orso per salire al piazzale S. Domenico che domina la valle. L’omonima chiesa fu costruita dai maestri comacini nel 1460 e ripristinata nell’originario stile gotico nel 1935. Man mano che saliamo per poi ridiscendere e risalire ancora ci imbattiamo in quel che rimane di due torri semicircolari.

Campana di Taggia antica

Campana di Taggia antica

Rientriamo nel borgo dalla Porta Pretoria seguendo la via S. Dalmazzo, molto caratteristica per il suo aspetto medievale, con portali in ardesia e stemmi di cui rimane in parte traccia perché nel 1797, al momento dell’annessione alla Repubblica Ligure, Genova ne pretese la distruzione.

A passeggio nei vicoli con la nostra guida

A passeggio nei vicoli con la nostra guida

I numerosi vicoli sono contraddistinti da volte ed archi che ricordano l’impianto medievale e che creano, sulla distanza, interessanti prospettive. Le scalinate sono in pietra mentre ardite architetture ci riportano alla cattedrali gotiche. Taggia potrebbe essere un “gioiellino” però avrebbe bisogno di un piano di ristrutturazione che, come ci ha detto una signora che vi abita, non è mai stato preso in seria considerazione.

Alla fine della visita “la nostra guida” ci ha lasciati esattamente dove ci eravamo incontrati all’andata. La cosa curiosa e strabiliante è che si trattava di un gatto munito di campanellino al collo.

Durante l’intero percorso non solo ci ha accompagnati, ma ci ha preceduti, a volte aspettati, sempre attento, senza mai allontanarsi né perderci di vista. Un signore del posto ci ha svelato che è “il gatto dei turisti” verso i quali pare nutrire una spiccata simpatia ed ha anche aggiunto che non ha mai degnato di un solo sguardo i suoi concittadini. Ciò che non siamo riusciti a scoprire è se sia una guida improvvisata e comunque molto valida o un dipendente dell’Ente del Turismo locale.

Marina e Luciano

Pamparato

lunedì 25 giugno 2012

Vi ricordate l’incontro che abbiamo avuto con la guida locale? Ebbene ci ha indicato la strada per Pamparato.

Stemma di PamparatoL’etimologia del nome riporta alla leggenda, ripresa anche dall’effige sullo stemma comunale, secondo cui gli abitanti di Mongiardino (vecchio nome di Pamparato), assediati nell’antico Castelluccio, sconfissero i nemici con uno stratagemma. Liberarono un cane al quale era stato dato un pane facendo così credere agli assedianti di disporre ancora di viveri in tale abbondanza da sfamare addirittura gli animali. Gli avversari, togliendo scoraggiati l’assedio, esclamarono “Habent panem paratum!” Di qui il nome di Pamparato.

La sede del MunicipioUn antico insediamento romano sul territorio pamparatese è suffragato dal ritrovamento di alcune lapidi riportanti antiche inscrizioni, ma la prima testimonianza di confini territoriali risale al 911. Successivamente Pamparato fu dilaniato dalle scorrerie saracene, delle quali si trovano tracce nelle leggende locali ed in alcuni termini dialettali.

Come per molti territori italiani, anche Pamparato passò di mano in mano tra dinastie, sia italiane sia straniere, e vescovadi. La sua posizione sulla via di comunicazione fra il Piemonte e l’entroterra ligure gli valse una certa importanza e prosperità economica. Del Castelluccio non restano che pochi ruderi su un’altura, mentre è in ottimo stato di conservazione ed adibito a palazzo municipale il castello “Cordero di Montezemolo” (XVII secolo).

La Parrocchiale e a destra San BernardoSu un altro poggio, proprio di fronte al Castello, sorge la Parrocchiale: i due edifici sembrano guardarsi, quasi controllarsi reciprocamente: il potere politico sembra volere vigilare su quello religioso e viceversa. Questa è una situazione che riscontriamo in molti dei nostri territori e dimostra quanto sia stato influente nella nostra storia il potere temporale dei Vescovi locali.

La parrocchiale è dedicata a San Biagio e fu edificata su disegno di Giovenale Boetto intorno al 1650 e la vicina cappella di San Bernardo conserva affreschi risalenti al 1400.

Pamparato ha due frazioni, Serra e Valcasotto.

A Serra è visitabile il “Museo degli Usi e dei Costumi della gente di montagna”, che raccoglie gli strumenti di lavoro della vita di un tempo e li ripropone in suggestive ambientazioni.

Castello Reale (tratto da Internet)Valcasotto è rinomata soprattutto per la produzione e vendita del formaggio tipico (nel Centro Stagionatura Valcasotto) e delle paste di meliga. Dalla sua parrocchiale, dedicata a San Ludovico, proseguendo si raggiunge il Castello Reale di Valcasotto, costruito sulla preesistente Certosa benedettina risalente al XII secolo. Purtroppo, per il momento, il Castello non è visitabile in quanto ci sono lavori in corso per la sua ristrutturazione. Fu acquistato da Carlo Alberto che diede inizio ai lavori di rifacimento, tuttavia a goderne i benefici fu Vittorio Emanuele II che ne fece residenza per le sue battute di caccia.

Merita ricordare che questo castello ebbe anche una parte significativa nel Risorgimento italiano. Maria Clotilde, all’età di quindici anni, ricevette proprio qui la notizia che, per ragion di Stato, sarebbe andata in sposa a Gerolamo Bonaparte, cugino di Napoleone III°, e questo dietro la regia di Cavour. A ricordo, cent’anni dopo l’Unità d’Italia, il comune di Garessio pose all’ingresso una targa commemorativa dell’avvenimento che recita:

IN QUESTO ANTICO CASTELLO
MILLENARIO CONVENTO CERTOSINO
NELLA GENTILEZZA DEI SUOI 15 ANNI
LA PRINCIPESSA MARIA CLOTILDE DI SAVOIA
SI DISPOSE AL COSCIENTE SACRIFICIO DI SE STESSA
A VANTAGGIO DEL PROPRIO PAESE PER L’AVVENIRE
DELL’ITALIA LIBERA UNITA INDIPENDENTE

Monumento ai Caduti della ValcasottoNelle immediate adiacenze del Castello sono ricordate le battaglie di Val Casotto tra le formazioni partigiane cuneesi e le truppe tedesche. Rientra nell’ambito del progetto “I sentieri della libertà”, iniziativa con la quale la Provincia di Cuneo e l’Istituto Storico della Resistenza (in collaborazione con la Comunità Montana per il territorio delle valli Monregalesi) hanno voluto conservare memoria e valorizzare i luoghi interessati dalle lotte partigiane.

Valcasotto e Pamparato sono “luoghi della memoria” a testimonianza e ricordo dei cruenti scontri che qui ebbero luogo nella primavera del 1944.

Marina