13 maggio 2012
Sboccia l’idillio con Caterina

Alla fine di questo racconto sarà chiaro perché d’ora in poi mi permetterò di chiamarla solo Caterina.

Bene: l’anno scolastico era iniziato, gli insegnanti erano stati assegnati e gli orari delle lezioni pure. Si poteva, anzi si doveva cominciare.

In uno di questi primi giorni di ottobre, se ne arriva bella bella Caterina ed esce con: “Domani compito in classe di italiano”. Se prima la temperatura ambientale di noi studenti era un po’ sotto la media stagionale (quando Caterina entrava i classe non volava più la classica mosca), dopo la sua uscita precipitò a meno 273 Celsius. Anche le mosche non sbattevano più le ali per non fare rumore.

Ed arrivò l’indomani. Caterina dettò il titolo del tema.

Una trentina di teste si chinarono sui fogli protocollo e cominciarono … chi a scrivere, chi a pensare. Comunque alla fine delle due ore tutti, in fila indiana, consegnammo sulla cattedra i nostri temi. Sapevamo già in anticipo quello che ci aspettava: la fama di Caterina sullo scritto la precedeva da sempre.

Passò più di una settimana, e quella mattina, era un martedì, Caterina ci mise al corrente che l’indomani ci avrebbe consegnato i temi.

-          Il voto rispecchia prima di tutto il contenuto, ci spiegò, poi considero la grammatica e tolgo un punto dal voto per ogni errore. Troverete comunque il mio commento sul vostro tema, proprio al termine del vostro lavoro.

Ci disse anche che i voti erano un disastro, una sola sufficienza, pochi cinque, molti quattro e qualche tre.

All’Avogadro il voto massimo era l’otto. Non credo ci sia stato un solo insegnante che abbia assegnato nel corso della vita dell’Istituto un voto superiore.

L’indomani mattina arrivai a scuola alle otto e dieci, si entrava alle otto e venti per essere presenti in classe alle otto e trenta. La “cartolina” non si timbrava, ma dopo cinque minuti di ritardo era richiesta la giustificazione scritta e firmata da uno dei genitori.

Ci provai ad entrare a scuola, quella mattina. No, non ci riuscivo proprio.

Caterina, infatti, era alla prima ora con i suoi temi, ci avrebbe chiamato ad uno ad uno, ci avrebbe consegnato i temi, commentandone il voto. No, preferivo sapere il mio voto dagli altri allievi. Così decisi di “tagliarla” quella prima ora ed entrai alle nove e trenta. Era preferibile affrontare la severità di mia madre piuttosto di quella di Caterina!

Caterina “rubava” sempre cinque/dieci minuti all’insegnante dell’ora successiva e quando uscì dall’aula, mi vide e mi apostrofò con un “Sei arrivato in ritardo?”

-          No, le risposi, alle otto e dieci ero già al bar, ma ho preferito entrare un’ora dopo: sapere il tuo voto dalla classe è cosa diversa che conoscerlo dall’insegnate: tra noi possiamo condividere (era sottintesa l’afflizione), mentre quando lo vieni a conoscere dall’insegnante sei lì e solo (ed era sottinteso quasi come in un tribunale dell’Inquisizione).

 Aveva i temi, i fogli protocollo erano ripiegati sulla loro metà più lunga, sul braccio sinistro. Li teneva tra il braccio flesso e il seno, quasi come se fosse una mamma che tiene in braccio il proprio bambino.

Col l’indice e il medio della mano destra si mise a sfogliare i temi cercando il mio.

-          Eccolo qui, Garombo, il tuo.

Alzò gli occhi mentre estraeva dagli altri il mio, mi guardò e mi sorrise: “sei al sette!”

La fissai negli occhi, ricambiando lo sguardo. Credo abbia letto la meraviglia, lo stupore, l’incredulità e poi la felicità.

Mormorai, o forse farfugliai, un “Grazie”.

Mi sorrise e mi disse qualcosa che non riuscii più a capire, che non ricordo più.

Le sorrisi. I nostri occhi si fissarono nuovamente, gli uni negli altri: durò forse pochi attimi. Non c’è dubbio che da quelle parti, e in quel momento, stesse passando Apollo che scoccò uno dei suoi dardi. Fu una scintilla, quel giorno credo di avere anticipato le passeggiate spaziali degli astronauti.

Ormai era il mio idolo. Ed io il suo: capirete poi perché.

Luciano G.

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8 maggio 2012
MANIFESTAZIONI DEL MESE DI MAGGIO 2012

Sono tante e importanti le manifestazioni  Volpianesi di questo mese di Maggio:

da mart. 1 a dom. 6 Mostra – concorso fantasy  presso la Sala Polivalente  – organizz. Pro Loco

dom 6   FIERA DI PRIMAVERA  -  vie del centro 

giov. 10  Primo concorso TESI DI LAUREA  -  presso Madonna della Grazie  ore  21  – organizz. Terra di Guglielmo

ven. 11  Aspettando il Giro d’Italia – ore 21  c/ Sala Polivalente    (Proiezioni, fotografie,   ospiti   ex ciclisti del passato) 

sab. 12  Serata danzante per la FESTA DELLA MAMMA  – ore 21  Sala Polivalente  organizz. Pro Loco

sab. 12  Canti  del Coro LA VAUDA  – Chiesa Confraternita – sera

dom. 13  Azalea della ricerca – AIRC -    Piazza del Comune  dal mattino

giov. 17  Arrivo  di ragazzi e adulti  da  Castries - accoglienza  in Municipio  con rinfresco e merenda

ven 18  Concerto dei ragazzi francesi -  coro Ist.Lessona   – allievi  scuola Media  D.Alighieri  ore 21  Sala Polivalente

sab. 19   GIRO D  ’ITALIA    – CONCORSO VETRINE IN ROSA – CONCORSO FOTOGRAFICO    -   COMPLEANNO  DELLE  ASSOCIAZIONI

                                                       vedere dettagli e orari sugli appositi  volantini.                        PIAZZA DELLA STAZIONE 

sab. 19  Concerto   della Filarmonica e coro La Vauda  presso la  Sala Polivalente  ore 21

dom. 20  FESTA  DEI SENTIERI  . Ritrovo ore 9,30  davanti Madonna delle Vigne  – passeggiata naturalistica guidata  ZONA VAUDA

da giov 24  a dom 27  FESTA DEL BORGO RUMERO :   Padiglione via Genova  – serate gastronomiche e danzanti

sab, 26  Stage di ginnastica ritmica – ASD Jiudo Azzurro -  Palestra via Trieste   ore 14-17

sab. 26  MAGGIO CORALE VOLPIANESE .  Canti della montagna e popolari    Coro CAI UGET  e LA VAUDA   Confraternita  ore 21

dom. 27 FESTA BORGO RUMERO -S. Messa ore  11  presso Cappella S.Gaetano  ALPIS  +   aperitivo e mostra ” Tenimenti Alpis ”

                    Serata danzante e grastronomica   -  ore 23  Spettacolo Pirotecnico  presso Cascina Alpis

dom. 27  FESTA PER  i  40 ANNI  DELLA RESIDENZA ANNI AZZURRI   ore 15  – Musica e rinfresco  dalle ore 15   (  aperto  a tutti)

dom. 27   Presentazione del libro  “Volpiano dalle origini ad oggi”  dell’arch. Luciano Viola   ore 15,30  Sala Polivalente

dom. 27  Apertura Biblioteca  NATI PER LEGGERE    -Biblioteca Comunale

lun. 28    CONSIGLIO COMUNALE   ore 20,30

merc. 30   I CONCERTI DELL’IST. LESSONA   – Sala Polivalente  ore 20,30

giov. 31    I CONCERTI DELL’IST. LESSONA  – Sala Polivalente   ore 20,30 

Partecipando in tanti alle manifestazioni renderemo più viva la nostra città

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7 maggio 2012
Otto maggio

Dell’otto maggio di trent’anni fa mi porto dietro tre ricordi: hanno tutti e tre elementi caratterizzanti molto intensi, un’amicizia tradita, un abito nuovo e un sogno che finisce: detto così sembrano slegati tra loro, tuttavia un sottile filo rosso li congiunge, quello dei sentimenti.

Ve li voglio raccontare in ordine di tempo, così come si sono svolti all’epoca.

Ore 13.52: l’amicizia tradita

È stato proprio il senso dell’amicizia, o meglio un’amicizia tradita pochi giorni prima ad Imola, ad avere disegnato il destino di quel giorno.

Torniamo, per un attimo, alla gara precedente. Siamo alle ultime tornate del Gran Premio, ad Imola appunto. Le due Ferrari, Villeneuve primo, Pironi secondo, danno vita ad una serie di sorpassi forse più per spettacolo che per lotta, perché gli accordi di scuderia prevedono che chi fosse stato al comando ci restasse fino alla fine.

Pironi, forse infastidito verso il collega, beniamino e amatissimo dai ferraristi,  attacca il compagno di squadra “con il coltello fra i denti” tanto da far temere ai box che la gara di entrambi possa essere compromessa: i due piloti si sorpassano a vicenda più volte, per divertire la platea: o almeno così pensa il canadese. Ai box si rendono conto che la corsa sta prendendo una brutta piega e viene esposto l’avviso con la scritta “slow”. Villeneuve rallenta, Pironi ne approfitta e lo sorpassa all’ultima curva, e vince la gara. Villeneuve è furioso, pugnalato alle spalle per aver perso la gara, e soprattutto, tradito dall’amico. Quel giorno si ruppe un sodalizio fondato sull’amicizia e questo fu l’inizio della fine.

Nei giorni successivi Villeneuve avrà parole molto amare, non tanto per il secondo posto quanto piuttosto per l’amicizia tradita. Anche le parole di Enzo Ferrari “Non è importante chi vince, purché vinca una Ferrari” non giovarono certo a smorzare la tensione, tutt’altro.

Sono le 13.52 dell’otto maggio di trent’anni fa, circuito di Zolder in Belgio. Pochi minuti ancora per le qualifiche che precedono il Gran Premio della domenica. Gilles Villeneuve è sesto, Didier Pironi, suo compagno di squadra, terzo. Villeneuve, tradito, forse cerca una rivalsa verso il suo “ex amico”:  esce dai box per migliorare il proprio tempo e sta percorrendo il suo giro lanciato; all’uscita da una curva, ad oltre 220 km all’ora,  urta un’altra vettura che prosegue lenta. L’incidente si manifesta immediatamente in tutta la sua tragica gravità, e porterà il pilota Ferrari alla fine dei suoi giorni.

Qualche spunto di riflessione lo offre questo episodio: credo l’amicizia e gli affetti due tra i sentimenti più fortemente radicati e profondi nelle e delle persone. Tradire un sentimento è come dare la morte spirituale, e non c’è verso di tornare indietro; tentare di ricuperare la fiducia della persona tradita, magari con una cosiddetta “bugia a fin di bene”, diventa impossibile. Anzi, diventa un colpo degno di Maramaldo. La bugia è il contrario della verità: può esistere una “verità a fin di male”? Non ha alcun senso, così come non hanno senso le “bugie a fin di bene”, una delle tante falsità che l’uomo si è creato per autoproteggersi dagli avvenimenti o difendere egoisticamente la propria immagine, quella pubblica.

Quest’episodio, che ho voluto fortemente ricordare, ci deve dare un grande monito ovvero i valori dell’amicizia e dei sentimenti profondi della vita siano improntati – sempre e sopra tutto – alla sincerità e alla lealtà.

Ore 16 circa: l’abito nuovo

Salgo in macchina e mi dirigo in centro a Torino, dove allora abitavo, per ritirare dal negozio giacca e pantaloni che, non proprio corazziere, dovevano essere accorciati. Li avrei indossati il sabato successivo per una ricorrenza in cui sarei stato co-protagonista.

Sarei stato all’altezza del ruolo che quella circostanza mi richiedeva? La “cosa” sarebbe durata a lungo, oppure …? I pensieri nella mia mente erano come i mulinelli della sabbia sollevata dal vento; e a tutti mi rispondevo con uno “Speriamo vada tutto bene”. Non riuscivo a trovare una risposta migliore.

Mi sembrava di non riuscire a vedere oltre al sabato successivo, quasi che ci fosse come una nebbia fitta fitta che mi impedisse la vista. Eppure mi ero preparato bene: direi molto bene, anzi. Per l’occasione avevo addirittura frequentato due lezioni ad hoc (in verità erano tre quelle per completare il corso, ma tant’è): forse le mie paure erano solo determinate dalla tensione perché, fino ad allora, una situazione simile non l’avevo mai e poi mai affrontata.

Il sabato successivo, tirato a lustro e tuttavia con una grande apprensione per la sua riuscita, partii di casa molto in anticipo sui tempi, allo scopo di prevenire qualsiasi intoppo: non avrei fatto certamente bella figura se fossi arrivato in ritardo: ero uno dei due protagonisti! Così, per fare venti chilometri in auto, mi presi due ore. L’appuntamento era alle 17, tuttavia ad un quarto alle quattro ero già a destinazione. Arrivarono  le cinque: c’eravamo tutti e due.

Era, questa, una situazione davvero nuova per entrambi e noi sin dall’inizio sbagliammo il “protocollo”: la consuetudine prevedeva che i due co-protagonisti raggiungessero il luogo deputato in tempi separati, prima uno e poi l’altro. Invece, sulla soglia dell’edificio la presi sottobraccio e ci avviammo insieme, verso l’altare: lì eravamo attesi

Ore 17.30 circa: il sogno che finisce

Credo, dopo tanti anni, di potere raccontare una confidenza senza danneggiare nessuno. Non farò di certo nomi e cognomi e la “condirò” in modo che solo i due protagonisti, in una quanto mai recondita ipotesi, possano riconoscersi.

Si erano incontrati qualche anno prima, lui e lei, e si erano innamorati con la passione che caratterizza quell’età. Quando lei lo guardava, lui si perdeva dentro il suo sguardo, ma non lo dava a vedere perché temeva di mostrare i suoi sentimenti, anche se l’aveva messa su una colonna di alabastro e protetta con una teca di cristallo: ricordo molto bene questa immagine quando lo disse.

Poi c’erano state le prime liti seguite da altrettante pacificazioni.

Quell’otto maggio lui aveva una “cosa” da fare che, seppi, poi gli avrebbe cambiato la vita.

“Voglio essere io ad accompagnarti, voglio venire con te. Voglio essere io vicina a te oggi”. All’incirca furono queste le parole che lei gli disse, anche se ormai avevano “rotto” da qualche tempo.

Lui, dopo, la riaccompagnò a casa. Si fermarono e parlottarono qualche minuto in auto. Credo fosse ancora molto innamorato, e il fatto che lei avesse voluto essere con lui in quella circostanza gli diede il coraggio per dirle: “Sposiamoci, rinuncio a tutto se mi dici sì”.

“Ormai la decisione l’hai presa: non c’è più modo per ritornare indietro né il tempo” fu la risposta di lei che scese dall’auto e si avviò sul vialetto che la portava a casa.

Ho capito che nella galleria dei ricordi di lui, quella “lei” occupa un posto importante: “È vero, quel giorno cambiò la mia vita, ma c’è anche una parte di me che è rimasta là, per sempre, raggrumata sotto quel fazzoletto d’asfalto dove ci fermammo”.

Pubblicato da Luciano Garombo
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30 aprile 2012
Caterina V.

Indico solo l’iniziale del cognome, anche se vorrei che tutti lo conoscessero soprattutto per ciò che ha rappresentato per me.

Sì, perché Caterina V. è stata, preferirei però dire è, perché lo è ancora adesso, una delle donne più importanti della mia vita, mi ha dato moltissimo: il suo ricordo non mi abbandonerà mai e mi accompagna ancor oggi: mi dispiaccio non avere dato continuità al nostro legame che è durato troppo poco, meno di un anno.

Caterina V., con qualche anno più di me, lavorava già, insegnava italiano e storia. Ci tengo davvero a descriverla anche se molto sommariamente, per farla conoscere un po’ di più.

Godeva, tra i suoi colleghi, di una grandissima stima; alcuni forse provavano anche un po’ di stizza, sentivano che non potevano essere alla sua altezza. Personalmente per me era la migliore fra tutti, ma il mio si può immaginare sia un giudizio di parte.

I suoi allievi ne avevano terrore, un terrore folle: era ferocissima con gli errori di grammatica, con una consecutio temporum disattesa, con una preparazione di una lezione raffazzonata.

Nello scritto, poi … è meglio non parlarne: il “5/6” (si indicavano così una volta i voti tra qualcosa più dell’insufficienza e qualcosa meno della sufficienza) era una chimera che si perseguiva durante tutto l’anno scolastico. I voti dei temi erano sempre dal 5 in giù: poveretti quegli allievi ai quali toccava Caterina!

Non si limitava al solo insegnamento, le sue erano anche lezioni di vita, di tolleranza: su una cosa era intransigente, correttezza e comportamento tra persone; tuttavia se qualcuno, cui (lezione di Caterina sull’uso di “cui” e “al quale”) avevi dato “moneta buona” ti ripagava con “moneta falsa”, eri autorizzato ad usarla anche tu, ma mai, assolutamente mai per primo.

Fortunatamente per me, dopo i primi incontri, si stabilì immediatamente un rapporto splendido, quasi idilliaco, che divenne presto una comunanza d’amorosi sensi.

Un po’ di pazienza, ancora, perché devo partire da lontano.

Siamo nell’ottobre del 1965 (anche se tanto tempo fa, tuttavia sono sempre quelli dell’Era Volgare). All’epoca dei fatti, di anni, ne avevo quindi sedici.

Avevo terminato la frequenza del biennio, propedeutico a tutte le specializzazioni, presso l’Avogadro di Torino e si trattava di fare una scelta definitiva, quella della specializzazione, per il triennio successivo. All’inizio la mia scelta era caduta sulla specializzazione nucleare; mi sembrava rappresentasse, per gli anni a venire, un’ottima scelta, soprattutto sotto il profilo del lavoro. Venni poi a sapere, informandomi con gli allievi più anziani, che le prospettive in Italia erano davvero scarse, forse addirittura nulle. Questa mia preferenza dell’epoca e immaginata per il mio futuro, non teneva conto di ciò che avrebbero comunque rappresentato dismissione e smaltimento del materiale fissile: semplicemente perché allora non se ne parlava affatto (ho poi votato contro l’uso del nucleare).

Alla luce della prospettiva che si era ormai ridotta ad un lumicino, decisi di cambiare specializzazione e scelsi le telecomunicazioni, che, almeno teoricamente, mi sembrava un’altra buona opzione per il mio avvenire lavorativo.

Quel giorno di ottobre noi, studenti che iniziavano la terza, eravamo stipati in attesa dell’assegnazione alle varie classi.

“Terza A meccanici”. Iniziava l’assegnazione di noi allievi alle classi, e dopo una sequela di trenta/trentacinque nomi di noi, la voce continuava: “Saranno accompagnati in classe dal loro insegnante di meccanica”.

Il gruppo si stava riducendo a mano a mano che trenta di noi andavano in classe con uno dei loro insegnanti, una classe dopo l’altra: si cominciava a stare più larghi, finalmente!

Toccava a noi, quelli che avevano scelto la specializzazione delle telecomunicazioni. Non mi chiamarono con la sezione A, non con la B.

“Terza C Telecomunicazioni”, l’ultima sezione, c’ero anch’io. “Saranno accompagnati in classe dalla loro insegnante di italiano, la professoressa Caterina V.”

Pubblicato da Luciano Garombo
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26 aprile 2012
SCOPRIAMO I POETI VOLPIANESI…..

Mi è stata recapitata questa poesia   scritta da una volpianese  che  volentieri  trascrivo per tutti Voi.

P  A  C  E

Si predica e si canta pace   

da torri e bastioni agguerriti,

si tendono mani di pace

su mine e su fili spinati,

si indicano marce di pace

per vie dissestate dall’odio,

si firmano trattati di pace

appena di un giorno e una notte,

si scambia  l’abbraccio di pace

con labbra odoranti di sospetto,

di Giuda in agguato a tradire.

Eppure la pace è speranza

ancora nel cuore dell’uomo,

non segno che sfuma e dilegua

ai primi chiarori dell’alba,

da quando, appeso alla croce,

il vero fautore di pace ha gridato

“Padre, perdona a questi fratelli tuoi figli

che ancora non sanno”

(Domenica Bottino)

Se venite a conoscenza  dei volpianesi che  scrivono poesie , invitateli a trascriverle sul blog   o  provvedete  Voi blogger.

Pubblicato da Margherita Bigano
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25 aprile 2012

Articolo pubblicato dal numero unico stampato nel 1946 in occasione dei festeggiamenti per l’elevazione di Monsignor Gili a Vescovo di Cesena sull’epoca della seconda guerra mondiale quando era vicario a Volpiano.

Monsignor Gili e la guerra

La guerra l’abbiamo sentita a Volpiano nel richiamo alle armi dei figli migliori, nell’esodo dalla città di migliaia di persone in cerca di un riparo, nelle vittime e nei soprusi. Ed anche Monsignor Gili subì i danni e le ingiurie della guerra. Dopo aver aperto, con la stessa casa parrocchiale, i locali di tutte le associazioni a quanti cercavano affannati un’abitazione,si vide negli ultimi tempi occupati ancora quelle poche stanze che costituivano lo stretto necessario per la vita dei suoi giovani dell’azione cattolica. Il 12 febbraio 1945 entravano infatti i reparti della folgore di stanza a Volpiano e il 13 seguente, per ultime ingiuria, tutti i mobili della sede venivano gettati dalla finestra nel cortile sottostante. Data di un increscioso ricordo nella storia dell’associazione San Guglielmo. Anche i locali del salone parrocchiale erano già stati requisiti fin dal novembre 1944 dagli stessi elementi che ne gestivano il cinema. Ma altri episodi ben più importanti si devono inserire nella storia di Volpiano.

Chi non ricorda la domenica triste del rosario 1 ottobre 1944? Potevano essere le 13.15 quando tutto il paese tranquillo nella pace meridiana viene invaso dalle truppe repubblicane. D’improvviso in casa parrocchiale ci si trova dinanzi il colonnello B. che arma in mano impone al vicario di ritenersi come ostaggio. Bloccato il paese da ogni parte, passa soldataglia per ogni casa e con lanci di bombe a mano e spari di moschetto, forzava tutti gli uomini a radunarsi nella piazza antistante la chiesa. Ogni uomo deve presentare i propri documenti e dichiarare la propria posizione. Con Monsignor Gili sono scelte a caso altre sette persone che si vogliono indiziare come favorevoli ai partigiani.  Che era successo? Un tenente della g.n.r., certo D. era stato fatto prigioniero dai partigiani presso la cascina San Giorgio in quel di Settimo, e la macchina che l’aveva prelevato era stata inseguita sino a Volpiano dove era stata persa di vista. Dunque, si diceva, l’ufficiale deve trovarsi a Volpiano e doveva ad ogni costo  restituirsi nel termine di quarantott’ore, pena l’incendio del paese e rappresaglie sugli ostaggi. Contro la prepotenza non valgono ragioni. Inutili le lacrime di quanti si vedono privati dei loro cari. Dopo una perquisizione minuta nei locali della parrocchia, gli ostaggi sono fatti salire su un autocarro, il vicario fra una scorta armata prende posto sulla macchina del comandante della spedizione, e si parte per Settimo per rinnovare altri soprusi e altri pianti. La sorte di Settimo si accomunava così a quella di Volpiano. Mentre colà si rinnovarono le stesse scene di Volpiano Monsignor Gili, guardato a vista, poteva amministrare il sacramento della penitenza ad uno di quegli stessi ufficiali. E la dolorosa comitiva s’ingrossa e raggiunge a Torino la caserma Valdocco per venire al mattino definitivamente internati nella caserma Cavalli. Lasciato libero sulla parola, il vicario potrà ogni giorno celebrare la messa nella chiesa di San Secondo per poi ritornare con i suoi compagni di sventura. Intanto a Volpiano si prende contatto con i partigiani della zona e si viene a conoscere che il tenente D, era stato condotto a San Giorgio Canavese. Ci si procura perciò un primo abboccamento nella parrocchia di San Benigno col comandante M. che è disposto a porre in libertà il ricercato dietro rilascio dei partigiani prigionieri. A Torino non si accetta lo  scambio ma si pretende la consegna dietro la semplice liberazione degli ostaggi. Nuovo ultimatum con minacce di più severe misure. E l’aspettativa si fa più ansiosa e trepidante. Dopo sei giorni di incertezze e di angosce, tra ultimati e dilazioni, dopo insistenze e promesse viene liberato presso San Giusto in un’imboscata tesa dai suoi ai partigiani dai quali, per tener fede alla parola data veniva condotto nel luogo convenuto per essere consegnato. Così nel pomeriggio del venerdì gli ostaggi di Settimo e di Volpiano potevano trionfalmente ritornare alle loro case.

Lunedì 9 ottobre 1944.

Al mattino nella nostra chiesa funzione di ringraziamento per l’avvenuta liberazione. La popolazione interviene affollatissima per dare una prova di stima e affetto verso il suo pastore. Ma nel pomeriggio della stessa giornata incominciano ad affluire a Volpiano truppe tedesche che si stabiliscono nei locali delle associazioni e nelle scuole. Per prima cosa Monsignor Gili è nuovamente trattenuto come ostaggio insieme ad altri cinque internati in una stanza del comune ma i tedeschi si fermano fortunatamente poco a Volpiano e questa seconda prigionia dura soltanto sino alla sera di martedì 10 ottobre. Quando le truppe lasciano il paese tutti i fermati vengono rilasciati in libertà al mattino.

Domenica 29 aprile 1945

Quando si parla di capitolazione e tutto il paese è imbandierato a festa comincia sin dal mattino l’invasione delle forze tedesche  in ritirata. Il comando si accampa a Villa Alpis. Alle ore 11 Monsignor Gili è chiamato dai partigiani al ponte Bendola perché lo vogliono invitare a trattare la resa. Quando arriva al posto indicato non trova più nessuno. Alle ore 14 vengono fermati sulla strada Cebrosa, provenienti da Torino, cinque partigiani. Si tratta con i tedeschi che esigono un forte quantitativo di cibarie per la loro libertà. La popolazione si unisce al vicario per procurare quanto è richiesto. Alle ore 16 mentre Monsignor Gili sta per salire sul pulpito per la solita istruzione viene nuovamente chiamato al comando tedesco che vuole in serata 50 biciclette sotto minaccia di incendiare il paese se non sono immediatamente consegnate Si discute e si addiviene a più miti consigli. Verso le 17.30  nuova chiamata del parroco soltanto perché raccomandi a tutti di non usare rappresaglie contro le truppe in fuga. Alle ore 20 vengono portati in casa parrocchiale i cinque partigiani arrestati in giornata perché siano custoditi sino al mattino seguente. Continua per tutto il lunedì il transito dei tedeschi in ritirata, i vari comandi si stabiliscono a turni diversi in casa parrocchiale ove il viavai si sussegue ininterrotto fino al pomeriggio del martedì. Verso le ore 20.30 di questo stesso giorno due forti detonazioni a breve scadenza annunziavano che i tedeschi si erano tagliati la ritirata facendo saltare i ponti del Malone e dell’Orco.

E così la miseranda storia ebbe fine.

Da “Testo unico” – Tipografia Maccone presso biblioteca “Terra di Guglielmo”.

Franca Furbatto

Pubblicato da Franca Furbatto
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25 aprile 2012
UN SALUTO

Vorrei ricordare con un affettuoso pensiero e  saluto EDOARDA  che ci ha lasciati troppo presto.

Attiva  e  generosa  con tutti nei vari laboratori Unitre che frequentava con assiduità ed entusiasmo sentiremo tutti la sua mancanza.

Pubblicato da Margherita Bigano
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18 aprile 2012
Le quaglie farcite

Ci sono, a volte nella vita, cose che ti ricordi perché sono state significative e, seppur piccole, tuttavia ti hanno dato un insegnamento grande, che ti accompagnerà per sempre.

Questa è una di quelle: una storia di tanti anni fa, di quand’ero giovane. Una storia breve.

All’epoca dei fatti mi occupavo dello sviluppo commerciale di una rete di collaboratori. Uno di questi mi aveva creato quello che si definisce un problema, anche piuttosto importante. Erano ormai diversi giorni che mi arrovellavo attorno ad un appianamento della situazione che potesse essere sostenibile anche da parte sua, e i miei pensieri erano concentrati su questa idea, tanto da non accorgermi, quasi “non vedere” intorno a me le persone che mi circondavano e, soprattutto, quelle che mi volevano bene.

Quella sera ero arrivato a casa, forse anche un po’ più tardi del solito, ma era estate ed era ancora chiaro. Mi misi a tavola assorto nelle mie elucubrazioni e, senza neppure fare caso a quello che c’era nel piatto, iniziai la cena. Il secondo era qualcosa di un po’ diverso, non me ne curai e continuai a mangiare.

“E io che ho passato il pomeriggio a cucinare per te!”

Già, perché con le persone che ti vogliono bene, assumi comportamenti che a volte sono sconvenienti, quasi che tutto ti sia dovuto: le quaglie erano la dimostrazione dell’affetto di chi, pur avendone di propri, si era accorto dei miei problemi, e senza chiedere nulla, voleva testimoniarmi comprensione, vicinanza e condivisione.

Dalle quelle quaglie ho tratto un grande insegnamento: quando apri la porta di casa, richiudi fuori i problemi che non sono pertinenti la famiglia; quando qualcuno della tua famiglia rientra, vai verso di lui (o lei) per salutarlo; spalanca le braccia ai veri amici, ma tienile conserte con i falsi, con i bugiardi e con gli ipocriti; ma soprattutto apprezza “le quaglie” che qualcuno ti prepara.

Oggi chi mi aveva cucinato le quaglie non è più vicino a me come quella sera, e mi pento di non averne compreso in quel momento il vero significato: da allora non ne ho più mangiate, saranno le uniche così come unico è stato l’insegnamento.

Ed eccovi la ricetta.

Tre etti di tritato di vitello; la metà di salame (tritalelo a coltello il più finemente possibile), pancetta (almeno due fette per quaglia); parmigiano tritato (un cucchiaio per quaglia), un uovo, mezzo bicchiere di panna fresca, la mollica di un panino, due foglie di alloro, 40 grammi di burro, un bicchiere di vino bianco secco, una tazza di brodo (di carne o di verdura secondo le vostre preferenze). E le sei quaglie, magari un po’ cicciottelle.

Per il ripieno unite alla mollica, bagnata nella panna fresca e strizzata, il tritato di vitello, il parmigiano, il salame e l’uovo, impastate bene, salate e pepate.

Farcite le quaglie con il ripieno dopo averle salate e pepate (per chi vuole può disossarle aprendole dal dorso e togliendo le ossa della gabbia toracica) e avvolgetele nelle fette di pancetta, mantenendo (se disossate) la loro forma.

Soffriggete burro, due foglie di alloro e uno spicchio d’aglio; quando iniziano a profumare aggiungete e rosolate le quaglie, sfumatele con il vino bianco, abbassate il fuoco, togliete aglio e alloro, aggiungete il brodo e continuate la cottura per altri venti minuti.

Una buona compagnia sono patate al forno, o in pureé, vanno bene anche i funghi.

E quando le mangiate, ricordate di accompagnarle con il vino rosso, scalda i cuori!

Luciano G.

Pubblicato da Luciano Garombo
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18 aprile 2012
La mafia non esiste

Domenica 25 e lunedì 26 marzo, presso la sala polivalente, l’associazione Toto Teatro in collaborazione con l’informagiovani ha allestito una mostra multimediale con letture per tutti  e attività con le scuole. Purtroppo non sono riuscita a scriverne prima ma adesso che sono riuscita a recuperare anche qualche foto volevo fare i complimenti a questi giovani.

La mostra era particolare e veramente interessante, importante soprattutto, secondo me,  il lavoro con la scuola, ma anche gli adulti hanno  senz’altro trovato motivi di riflessione. Belle le letture come sempre. L’associazione è diventata una presenza importante in molte iniziative volpianesi, una risorsa per tutti.

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su pareti e tabelloni i post it colorati ci ricordavano i nomi delle vittime di mafia

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attività con una classe

Pubblicato da Gaspara Paietta
Categorie: Eventi
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12 aprile 2012
E crescendo impari

E crescendo impari che la felicità non è quella delle grandi cose.

Non è quella che si insegue a vent’anni, quando, come gladiatori si combatte il mondo per uscirne vittoriosi…

La felicità non è quella che affannosamente si insegue credendo che l’amore sia tutto o niente,…
non è quella delle emozioni forti che fanno il “botto” e che esplodono fuori con tuoni spettacolari…,
la felicità non è quella di grattacieli da scalare, di sfide da vincere mettendosi continuamente alla prova.

Crescendo impari che la felicità è fatta di cose piccole ma preziose….
…e impari che il profumo del caffé al mattino è un piccolo rituale di felicità, che bastano le note di una canzone, le sensazioni di un libro dai colori che scaldano il cuore, che bastano gli aromi di una cucina, la poesia dei pittori della felicità, che basta il muso del tuo gatto o del tuo cane per sentire una felicità lieve.

E impari che la felicità è fatta di emozioni in punta di piedi, di piccole esplosioni che in sordina allargano il cuore, che le stelle ti possono commuovere e il sole far brillare gli occhi,
e impari che un campo di girasoli sa illuminarti il volto, che il profumo della primavera ti sveglia dall’inverno, e che sederti a leggere all’ombra di un albero rilassa e libera i pensieri.

E impari che l’amore è fatto di sensazioni delicate, di piccole scintille allo stomaco, di presenze vicine anche se lontane, e impari che il tempo si dilata e che quei 5 minuti sono preziosi e lunghi più di tante ore,
e impari che basta chiudere gli occhi, accendere i sensi, sfornellare in cucina, leggere una poesia, scrivere su un libro o guardare una foto per annullare il tempo e le distanze ed essere con chi ami.

E impari che sentire una voce al telefono, ricevere un messaggio inaspettato, sono piccoli attimi felici.

E impari ad avere, nel cassetto e nel cuore, sogni piccoli ma preziosi.

E impari che tenere in braccio un bimbo è una deliziosa felicità.

E impari che i regali più grandi sono quelli che parlano delle persone che ami…

E impari che c’è felicità anche in quella urgenza di scrivere su un foglio i tuoi pensieri, che c’è qualcosa di amaramente felice anche nella malinconia.

E impari che nonostante le tue difese,
nonostante il tuo volere o il tuo destino,
in ogni gabbiano che vola c’è nel cuore un piccolo-grande Jonathan Livingston.

E impari quanto sia bella e grandiosa la semplicità.

( Anonimo )

A me ha riportato alla memoria il ricordo, di tanto tempo fa, di una corsa con una piccola auto verso il sud Italia.

Luciano G. 

Pubblicato da Luciano Garombo
Categorie: Considerazioni
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